“La storia” di Elsa Morante

Luciana De Palma

La grande Storia irrompe nella vita di una semplice donna e ne sconvolge l’esistenza.

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La vita semplice di Ida Ramundo, vedova Mancuso, maestra trentasettenne, residente a Roma, ha seguito, fino a un fatidico giorno del gennaio 1941, una progressione naturale, scevra da intromissioni di vicende grandiose: la storia di questa donna e suo figlio Nino, fino a quel giorno, pareva essersi srotolata come un nastro di seta che, posandosi sul tavolo, si è lasciato sfiorare in punta di dita.

Quel giorno di gennaio però la storia ha dismesso i panni della normalità per rivestirsi dei più accesi e abbaglianti colori, talmente abbaglianti da ferire il corpo e l’anima: un soldato tedesco, infatti, a seguito di un’infruttuosa ricerca di un bordello, incontra Ida, la violenta e lascia nel suo ventre il frutto di quest’orrenda azione. Ida, nonostante la paura e l’umiliazione, decide di tenere il bambino: lo chiama Giuseppe, ma per sempre e per tutti egli sarà ‘Useppe’. Benché la madre di Ida fosse ebrea, aveva deciso, ben prima della promulgazione delle leggi razziali, di battezzare sua figlia, al fine di proteggerla da ogni penoso pericolo.

Nessuno all’epoca poteva immaginare che Nino, cresciuto durante gli anni del fascismo, esuberante e vigoroso, aderirà con febbricitante passione al fascismo, rapito più dalla goliardia apparente che dagli ideali che tessono la trama del partito di Mussolini. Nino non si accorge della gravidanza di sua madre, ma quel fratellino, che giunge inaspettato, diventerà presto il suo idolo>; lo circonderà di cure, di attenzioni e di infinito affetto quasi che ne fosse il padre.

Nel luglio del ’43 Nino, accolto in un battaglione di Camicie Nere, parte verso il Nord, inebriato di desiderio di gloria e di vittoria; pochi giorni dopo un bombardamento distruggerà la casa in cui ha vissuto fino a quel momento con sua madre e il piccolo Useppe. Ida e il bambino, perduta ogni cosa, si rifugiano in un ricovero per sfollati. La storia, che ormai ha preso gusto a mescolare le vite dei semplici con gli avvenimenti tanto più gravosi di loro, schiacciandoli sotto il peso di atroci paure che troncano di netto il respiro e i sogni, si è spinta al punto di radicare nella mente di Ida uno stato di allerta continua, d’impareggiabile tensione mortale.

Poco tempo dopo Nino, di cui si erano perse le tracce, torna a Roma; anche per lui la storia ha riservato una trama sottile e incomprensibile, tremenda e nello stesso tempo disarmante. Nino non è più fascista, ma, aderendo alla corrente partigiana, adesso è un fervente comunista. Insieme al suo amico, soprannominato Quattropunte, e ad alcuni uomini, accorsi nel medesimo rifugio, chi come dissidente, chi come ebreo sfuggito alla deportazione, Nino organizza un gruppo di lotta armata comunista. Il gruppo sarà decimato e orribilmente indebolito. Ida, scoprendo un’eredità di diecimila lire dentro il materasso lasciatole dal comunista più anziano del gruppo, decide di trasferirsi in un nuovo alloggio.

La guerra nel frattempo finisce, ma la vita di tutti arranca, tra paure, ansie, desideri di dimenticare e impossibnon vuoilità di farlo, in mezzo ad ammassi di macerie, di sofferenze e di incubi senza fine.

Ognuno fa ciò che può per ritrovare il filo spezzato e riannodarlo all’altro estremo, quello della speranza e della fiducia, ognuno prova a ignorare di essere stato strappato a quello che, prima della guerra, era stata la propria pacifica storia, con la quotidianità da affrontare, procedendo a piccoli passi, tra pensieri leggeri e suoni familiari. La guerra ha divelto tutto questo, in un attimo sconcertante, dirompente, assolutamente disastroso, ha contorto i pensieri, trasformandoli in lame di baionette, ha distrutto l’armonia, alterandola in ondate di grida disumane, ha messo ostacoli sul cammino cosicché i passi, inciampando di continuo, non hanno fatto che guidare uomini e donne verso la più disumana delle brame, quella di soverchiare il prossimo, il vicino, l’amico, il parente per sopravvivere.

A guerra finita a Ida resta un figlio generato dalla violenza e uno strascico di incubi in cui il bambino è avviluppato. Perciò, caricandosi di un dolore che la Storia, cruenta e indifferente alle vite dei semplici, ha voluto metterle sulle spalle, Ida deve fronteggiare anche questa pena. Una dottoressa le prescrive un ricostituente che permetta al piccolo Useppe di ritornare a una vita normale, cercando anche di contenere gli episodi di crisi epilettiche da cui è afflitto. Nino, che ormai è un uomo, non solo perché cronologicamente cresciuto, ma perché ha impresso nella sua carne, nelle sue ossa la maturità piena che gli è derivata da una sofferenza indicibile e profondissima, si trasferisce per qualche giorno nell’appartamento che sua madre, dopo aver lasciato il secondo alloggio, ha affittato. Con lui c’è Bella, un cagnolino che resterà con Useppe fino alla fine del romanzo. Ida, che ardentemente cerca per sé e per i suoi figli la pace, che non vuole più far parte della grande Storia perché non ne ha fatto richiesta, perché non è nella sua natura partecipare agli avvenimenti colossali, perché ha patito più del dovuto e infine perché non le interessa comprendere ciò che ai suoi occhi appare così mostruoso ed enormemente rivoltante, spera che Nino resti per sempre con loro nella nuova casa. In lei il bisogno di spingere i giorni di nuovo nel solco della pacifica quotidianità, come le acque di un torrente che, dopo la secca, cercano il vecchio greto in cui tornare a scorrere, è intenso, abissale, quasi atroce; Ida vuole, con tutte le sue forze, respirare la bellezza della vita e l’equilibrio della serenità, vuole ferocemente unire i fili spezzati e ridare loro compattezza e resistenza sì da riprendere a tessere orditi in cui la sua esistenza e quella dei figli non saranno mai tarlate dai vermi della Storia.

La Storia, però, proprio quando sembra che abbia affievolito la portata del suo alito atrocemente micidiale, quando sembra che si sia piegata agli accordi di pace stipulati dai grandi capi di stato, quando sembra che sia tornata a comprimersi in dimensioni di vita ordinaria e comune, con un colpo di coda imprevisto si abbatte ancora una volta su Ida e sui suoi figli, con un ruggito spaventoso scuote i loro corpi, facendoli fremere di terrore, con i suoi orrendi artigli graffia la loro carne.

La Storia non ha ancora finito la sua opera, non ha ancora terminato la sua invadente intromissione nella fluidità già una volta interrotta con quel suo raccapricciante strappo alla normalità. Nelle ultime pagine del romanzo ci arrendiamo ai vortici frenetici di dolore e commiserazione, dentro gorghi di sofferenza. Cieca e folle la Storia si impone e trucemente liquida la felicità di uomini e di donne e di bambini, furiosamente cancellando ogni senso, ogni ragione, ogni presenza di una possibile legge superiore, ogni significativo progresso. In questa spirale c’è un accenno di salvezza sommessamente suggerita dalla Morante: recuperare il senso del primitivo e del naturale, scrollandosi di dosso le prepotenze dei dispotici e dei potenti. “Non sempre le nuvole offuscano il cielo: a volte lo illuminano”.

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