“Viaggio in Italia” di Johann W. Von Goethe

Luciana De Palma

Uno dei più grandi scrittori della letteratura mondiale visita l’Italia, celebrandone con parole appassionate, il fascino irripetibile e la solenne singolarità

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‘Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?/ Nel verde fogliame splendono arance d’oro/ Un vento lieve spira dal cielo azzurro/ Tranquillo è il mirto, sereno l’alloro/ Lo conosci tu bene?/ Laggiù, laggiù/ Vorrei con te, o mio amato, andare’.

Così Goethe, ardendo di infinito desiderio di poter ammirare le grandezze architettoniche e paesaggistiche dell’Italia, scriveva, immaginando il giorno in cui avrebbe soddisfatto il più profondo dei suoi desideri. Quando Goethe, il 3 settembre 1786, verso le tre del mattino, sale sulla carrozza della posta, alla volta del bel paese, senza aver salutato nessuno, la sua mente pullula d’immagini viste sui libri d’arte, di riproduzioni di monumenti e di statue di cui per anni si è nutrito, cibando la sua anima.

È tempo di toccare la perfezione artistica, di respirarne l’atavico sentore, di ammirarla dal vivo, di perdersi nella contemplazione sotto una luce calda e morbida. Il suo passaporto reca scritto il nome di Philipp Moller: Goethe, reduce dall’immenso successo, ottenuto con il suo libro ‘I dolori del giovane Werther’, vuole viaggiare in incognito per godere, quanto più possibile senza inutili distrazioni o cerimoniosi incontri, ciò che da tempo immemorabile infervora i suoi sogni di scrittore.

Si ferma a Trento, quindi a Torbole, sul Lago di Garda; più tardi è a Verona, dove l’Arena gli consente un primo assaggio di quello che, una volta a Roma, sua meta agognata, lo scaraventerà in un voluttuoso vortice estetico. A Vicenza visita le opere del Palladio che innalzerà, con profonde lodi e sconfinata ammirazione, a rango di maestro. A Padova visita l’orto botanico e acquista l’opera sull’architettura scritta dal maestro vicentino. L’arrivo a Venezia corona un sogno: si ferma due settimane, affascinato dalla città lagunare e dalla sua atmosfera maliarda. Il mare, che egli vede per la prima volta, lo attrae e lo affascina immensamente.

Pur restando ammirato da Venezia, Goethe critica aspramente la mancanza di pulizia per le strade, riversando sulle autorità la responsabilità del degrado che ammanta la bellezza del luogo con un sudicio velo nero. Quindi a Ferrara visita la tomba di Ludovico Ariosto e il luogo in cui presumibilmente fu prigioniero Torquato Tasso; a Cento Goethe riceve forti dimostrazioni dell’attaccamento degli italiani alla propria terra. A Bologna resta estasiato di fronte ad alcune opere di Raffaello; dopo essere salito sulla Torre degli Asinelli, Goethe si lascia attraversare dallo stupore che lo coglie di fronte al paesaggio collinare, luminoso e verde che si può assaporare da quell’altezza.

Tre ore gli bastano per visitare Firenze: la sua mente freme nel voler raggiungere Roma il prima possibile. Ha sentito dire che nella città eterna il festeggiamento di Ognissanti è sempre grandioso e non vuole perderselo; ha progettato perciò di essere lì per il primo novembre. Ad Assisi disdegna la visita alla Basilica di San Francesco per immergersi nelle suggestioni storiche e architettoniche del tempio augusteo, convertito nella chiesa di Santa Maria della Minerva.

Quando giunge a Roma, Goethe trabocca di entusiasmo e di eccitazione: finalmente tutto quello che ha a lungo studiato, osservato e conosciuto solo su carta ora si svela senza più mediazioni cartacee né visioni oniriche. Roma, la grande, la straordinaria, l’Urbe per eccellenza, è davanti a lui, lo circonda, lo stringe a sé, donandogli le sue strade, le sue piazze, i suoi monumenti, la sua gloriosa architettura, la sua infinita bellezza. Riesce a rispettare il piano che si era prefisso e, nella cappella privata del Papa, nel palazzo del Quirinale, assiste alla messa per la commemorazione dei defunti. Sulle prime Goethe è inebriato dalla figura di Pio VI, poi il suo spirito, educato secondo la religione protestante, gli ispira una severa critica proprio nei suoi confronti: il Papa ha modi di fare chiassosi. A tal proposito scrive: ‘Che direbbe [Cristo] se entrasse qui e scorgesse la sua immagine in terra andar su e giù biascicando e ballonzolando?’. A Roma ammira le opere del Guercino, di Tiziano, di Guido Reni: tutto è per lui al di là delle aspettative, tutto è prodigio che si materializza.

La prima sosta a Roma è breve poiché Goethe ha progettato di recarsi anche a Napoli e poi in Sicilia. Per descrivere la prima delle sue tappe, successive a Roma, usa gli aggettivi ‘libera, allegra, vivace’. Ed anche scrive: ‘Napoli è un paradiso! Si vive in una specie di ebbrezza e di oblio di se stesso!’. Ad accompagnarlo in questa seconda parte di viaggio c’è Christoph H. Kniep, un giovane artista tedesco, con cui ha stipulato un accordo: Goethe gli pagherà tutte le spese del viaggio ed in cambio otterrà tutti i disegni che lui realizzerà. C’è poco però da raccontare o da disegnare: ciò che si spalanca davanti ai suoi occhi è superiore a qualunque capacità riproduttiva di un artista. Il golfo, il Vesuvio, la spiaggia possono essere sfiorati solo con l’anima. Visita Pozzuoli, Pompei, Paestum e Capodimonte; sale due volte in cima al Vesuvio. Elogia l’efficienza e la pulizia delle strade napoletane. In seguito, via mare, arriva a Palermo; visita Segesta, la valle dei Templi ad Agrigento, Catania, Taormina e Messina da poco distrutta da un terremoto. Goethe è il primo viaggiatore a spingersi oltre Napoli; non ne resterà deluso. ‘L’Italia senza la Sicilia non lascia nello spirito immagine alcuna. E in Sicilia che si trova la chiave di tutto’.

Tornando verso Napoli, rischia un naufragio nei pressi di Capri. Il secondo soggiorno romano sarà più straordinario, vivace, impetuoso, folgorante del primo. Provò la sensazione di essere a casa, vi si fermò per un anno e mezzo. Qui scopre l’amore fisico e intellettuale, qui si lascia pervadere dalla vita e dalla passione, qui scrive e dipinge, alternando le due attività in preda al fuoco sacro che solo a Roma può ardere senza sosta. Affacciato su via del Corso, è sconcertato e insieme emozionato, assistendo al carnevale romano: una bolgia di uomini, donne, cavalli avvolti in maschere buffe e originali che si aggirano, urlando e scalpitando, per le strade. L’incantesimo di questo viaggio però non si ripeterà mai più e, tornato in Italia per la seconda volta, non ritrova ciò che un tempo l’aveva ammaliato. Infatti scrive: ‘L’Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero. Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, dell’altro diffida, e i capi dello stato pure pensano solo per sé. Bello è il paese! Ma Faustina, ahimè, più non ritrovo. Non è questa l’Italia che lasciai con dolore’.

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