“Una donna” di Sibilla Aleramo

Luciana De Palma

Una donna racconta il travagliato percorso per liberarsi dai ruoli coercitivi in cui la società l’ha vilmente racchiusa

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Le vicende biografiche esposte in questo libro, raccontate però attraverso la solida struttura tipica del romanzo, hanno il sapore aspro del sangue caldo che fuoriesce da una ferita aperta, difficile da rimarginare se non a costo di una totale e sincera espressione di un’anima che, per trovare compiutezza e libertà, ha dovuto inoltrarsi nel fitto bosco della sofferenza, lasciandosi raschiare dai rami acuminati e ruvidi, dalle protuberanze appuntite dei massi e del terreno accidentato.

Il titolo, semplice e conciso, non è la banale trasposizione di una realtà di fatto, incontestabilmente verificabile ed oggettiva, quanto piuttosto la ragione profonda della propria diversità che rappresenta motivo di sofferenza e insieme di orgoglio. Essere ‘una donna’ non ha la medesima consistenza in cui è stata plasmata l’altra componente del genere umano, l’altro versante, l’uomo; essere donna è nello stesso tempo un dato di fatto e una conquista, una concretezza materiale e corporea e insieme un traguardo a cui mirare, in un divenire alterato dalle aspri condizioni sociali.

L’autrice, nata donna, impiega anni, in un contesto sociale impregnato di diffidenza e di arrogante abbrutimento maschilista, per conquistare il suo diritto di sentirsi, di viversi, di manifestarsi,  in quanto donna. Il primo ostacolo che, nel romanzo, la protagonista incontra è rappresentato dalla figura di suo padre, uomo che crede nei grandi ideali di forza e di indipendenza, il quale, benché adori sua figlia e le consenta la libertà di un atteggiamento anticonvenzionale e sprezzante delle buone regole sociali, non esiterà a costringerla a contrarre matrimonio con l’uomo che l’ha violentata.

Tra la protagonista e suo padre il rapporto, idilliaco nell’infanzia, aveva già subito lievi, ma significative inclinazioni quando la ragazza ha scoperto una relazione extraconiugale del genitore. Questo sarà causa di un’abissale rottura nel rapporto affettivo con lui. Una volta sposata, senza amore e senza passione, la protagonista inizia a scorgere nel novello marito un carattere meschino. L’uomo, che aveva conosciuto nella fabbrica di suo padre, lavorando lì in qualità di operaio, è una persona rude, aspra, arrogante, possessiva, gretta, incolta e del tutto lontana dai suoi interessi.

Da questo infelice matrimonio nascerà un bambino la cui presenza però non avrà la forza per riportare amore ed equilibrio tra i giovani genitori. Dopo alcuni anni, a causa di un dissapore con il suocero, il marito decide di trasferirsi a Roma, portando con sé la moglie e il figlio. Nella capitale la protagonista ha modo di iniziare una collaborazione giornalistica con una rivista femminile: quest’attività intellettuale la rende pienamente cosciente della sua identità di donna. Ecco che le definizioni di ‘donna’ a cui, come la maggior parte delle donne, ha dovuto assoggettarsi, risultano striminzite, false, modellate soltanto sulle aspettative e sui bisogni prospettati dagli uomini. La protagonista scopre in sé una miriade di sfumature di opinioni e di progetti tale da muoverla a commozione, rendendosi conto dell’immensità di spazi contenuti nella sua anima oppressa e ridotta a sterile contenitore delle vacue e superficiali volontà del marito.

Il suo personale percorso di rigenerazione prende dunque avvio, anche nella rievocazione del sacrificio della propria madre che ha annullato se stessa in nome della priorità su di lei della famiglia e dei figli. Maltrattata nuovamente dal marito, sospettoso di una relazione, limitata ad interessi spirituali ed intellettuali, tra sua moglie ed un uomo, la protagonista decide, con enorme sofferenza, di abbandonare il tetto coniugale. L’unica remora che fino a quel momento l’ha sempre trattenuta dal realizzare questo proposito è stato il timore di non rivedere mai più il proprio bambino; il marito infatti spesso l’ha minacciata di escluderla dalla vita del loro figlio se mai avesse attuato il proposito di abbandonarlo. Quando però una notte lo sente invocare il nome di una sua collega di giornale, la protagonista s’avvede dell’impossibilità di tollerare oltre, anche per quest’ultimo motivo, un matrimonio d’apparenza.

Così la decisione di lasciare il proprio marito diviene irrevocabile: nascere donna non esclude la fatica per diventarlo e diventare donna significa affermare per sé una dignità di vita che non può essere calpestata in nome di una società ipocrita e oppressiva. L’unica persona da cui la protagonista si è sentita amata e che ha a sua volta amato in maniera incommensurabile è stato suo figlio, quell’essere concepito in una circostanza di dolore e di sopruso. Dovrà però lasciare anche lui dietro di sé: il fardello che dovrà portare con sé è già infinitamente pesante, costituito così com’è da secoli e secoli di retaggi oppressivi, di regole inique, di violenze spirituali, culturali, morali e materiali. E proprio a questo figlio l’autrice dedica il libro: nei suoi confronti sente il dovere, insieme materno ed umano, di spiegare la sua fuga, la sua rapida e non più rimandabile partenza.

Non avrebbe potuto fare altrimenti, una volta presa coscienza dell’amara situazione in cui viveva ormai da troppi anni, per liberarsi ed acquisire il pieno diritto alla felicità, all’espressione di sé, alla speranza. L’universalità del messaggio è un potente colpo contro il muro della violenza per poter affrancare le donne dalla schiavitù di pensiero e di spirito a cui sono state costrette, restituendo loro la piena facoltà di esercitare il diritto e nello stesso tempo il dovere di proclamare le proprie scelte, non più vincolate da brutali e meschini doveri familiari e sociali.

‘E come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole e incompleta, a un uomo che non la riceve come una sua uguale; ne usa come d´un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l´abbandona sola,mentr’egli compie i suoi doveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia?’.

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