Portfolio Italia: Maria Pansini con “Taranto non vuole morire” conquista il 2° posto nazionale

Una storia che fonda le sue radici nel passato. Un passato da cui allontanarsi, ma grazie al quale potersi riconoscere

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Il fascino di una realtà che ha ancora tanto da offrire, che profuma di mare e di cose non dette, lasciate a metà.

L’occhio attento e profondo, pronto a scrutare anche il più piccolo dettaglio di Maria Pansini, che con il suo progetto fotografico dal titolo “Taranto non vuole morire”, ha conquistato il secondo posto nazionale a Portfolio Italia.

Un successo incredibile che segue alla prima vittoria, questa volta a settembre, che Maria aveva già ottenuto nella tappa tarantina di Portfolio Italia tenutasi durante Fotoartetaranto.

Maria nasce nel 1974 a Terlizzi. Nel 1999 si laurea all’Università degli studi di Bari in Antropologia Sociale. Si trasferisce a Milano per studiare fotografia presso l’Istituto Riccardo Bauer, dove si diploma fotografo professionista nel 2001 e lavora nel campo della fotografia di reportage e di musica e spettacolo. Inizia le collaborazioni con l’editoria pubblicando su magazine di settore musicale e riviste di attualità (Edizioni San Paolo). Dal 2012 insegna storia della fotografia, tenendo seminari e lezioni presso il Politecnico ed il Museo Civico di Bari, fonda con altri professionisti del settore la Scuola di Fotografia “Fproject” organizzando numerosi corsi e workshop. Ha esposto in mostre personali e collettive in Italia e all’estero e vinto diversi premi.

Immagini forti, che racchiudono una storia che fonda le sue radici nel passato. Un passato da cui allontanarsi, ma grazie al quale potersi riconoscere.

Soprannominata la Città dei due mari, per la sua peculiare posizione a cavallo di mar Grande e mar Piccolo, Taranto ha un legame intimo e indissolubile con il suo mare, sia per la pesca e l’allevamento dei mitili, sia perché oltre al porto mercantile qui è sorto nel 1889 l’Arsenale della Marina Militare.
Dagli anni sessanta del Novecento Taranto è diventata anche sede della più grande acciaieria d’Europa, l’ex ILVA; per decenni l’industria ha rappresentato la principale voce dell’economia del territorio, offrendo migliaia di posti di lavoro in un territorio che soffriva cronicamente il problema della disoccupazione. La fabbrica dell’acciaio è stata quindi considerata in quell’epoca come il riscatto del Sud Italia, la via per ottenere finalmente emancipazione. Parallelamente all’industria si è estesa la città, cementificando la costa con enormi palazzoni e sono nati tristi quartieri periferici per accogliere gli operai venuti dalle campagne.

L’acciaieria ha offerto negli anni sviluppo economico, ma allo stesso tempo ha avvelenato il territorio, i suoi abitanti si sono ritrovati drammaticamente a combattere tra diritto al lavoro e diritto alla salute. Nel 1955, il meridionalista Tommaso Fiore, a chiusura della sua celebre inchiesta “Il cafone all’inferno”, ha scritto un reportage intitolato “Taranto non vuole morire”, la Taranto da lui descritta era una città che soffriva la fame e la disoccupazione, l’atavica inerzia della borghesia, l’assenza di un progetto di rinascita dopo la crisi dei suoi storici apparati produttivi. Oggi Taranto rivive simili dinamiche, ora che il colosso dell’acciaio langue la città vive una pesante crisi sia economica che ambientale e fatica a immaginare il suo futuro, provando a cercarlo nella sua storia e nel suo mare.

E se non fosse tutto perduto? Se ci fosse ancora una speranza tra quei vicoli strettissimi e abbandonati? La volontà di risorgere dalle ceneri e di splendere, squarciando il velo dell’indifferenza.

In apertura i suoi potentissimi scatti.

http://www.centrofotografia.org/mostre/galleria/78/684

 

 

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