“Palazzina Laf”, l’attore Michele Sinisi si racconta a cuore aperto

La nostra intervista all’attore, tra aneddoti e curiosità

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Lo scorso Sabato 9 Dicembre, presso il Piccolo Osservatorio Universale Garcia di Terlizzi, è stato proiettato il film “Palazzina Laf”, diretto e interpretato da Michele Riondino al suo debutto da regista.

In sala anche l’attore Michele Sinisi, andriese, ma ormai residente a Terlizzi da diversi anni che, attraverso un dialogo con Pasquale Vitagliano e Giuseppe Altamura, ha svelato al pubblico diversi aneddoti sul suo personaggio, Aldo Romanazzi e sul significato profondissimo di un’opera che vale davvero la pena guardare.

Qui di seguito la nostra intervista a Michele Sinisi di alcuni giorni fa, in cui l’attore, attraverso un confronto autentico e vivace, si racconta a cuore aperto:

Come nasce la tua passione, se così si può definire? C’è un episodio particolare a cui è legata la tua scelta e che continua a motivare il tuo lavoro ancora oggi?

Il motivo per cui ho deciso di intraprendere questo mestiere è esclusivamente legato al divertimento, dai tempi dell’oratorio. Durante le prove non parlavo mai, ma durante le scenette davo il meglio di me. Vedere il pubblico divertirsi, mentre anche io mi divertivo, è stata un’esperienza pazzesca, non la credevo possibile: da lì ho capito cosa avrei voluto fare nella vita.

Quanta fame di teatro e cinema ha la nostra realtà oggi? Può la creazione scenica rappresentare un ritorno alla semplicità e all’essenza delle cose?

La nostra realtà, anche inconsapevolmente, ha tanta fame di teatro. In un’era digitalizzata come la nostra, l’esperienza teatrale diventa ancora più unica, basata sull’irripetibilità del momento, del presente e questo rende la relazione tra artista e spettatore ancora più insostituibile. Più si progredisce con la scienza, più il teatro si rafforza. Serve un teatro nella nostra città”.

Classe 1976, originario di Andria, ormai vivi a Terlizzi da diversi anni. Quanto incide il tuo legame con la tua territorialità nelle tue opere? In cosa consiste?

Il mio legame con la territorialità ha inciso tantissimo nelle mie opere. Non ho mai nascosto il mio accento in scena, ho usato tante volte il dialetto nei miei spettacoli. Il linguaggio che adopero sulla scena è fortemente impregnato della cosiddetta sacralità mediterranea e del nostro paesaggio urbano. Ho davvero scelto di aderire a questo senso di approssimazione meridionale e di sacralità laica opposta alla razionalizzazione anglosassone.

“Palazzina Laf”, successo del regista Michele Riondino, sarà in sala tra poco, il 30 Novembre. Un film di denuncia, che racconta un fatto realmente accaduto, alla fine degli anni 90 del secolo scorso: il primo caso di mobbing riconosciuto della storia repubblicana che si consumò a Taranto. Quanto ti rivedi in Aldo Romanazzi, personaggio che saprai sicuramente comunicare al pubblico in maniera intensa ed autentica?

Il lavoro fatto con Michele Riondino è stato bello nella misura in cui Michele ha avuto il compito di lavorare su un progetto dal forte impegno sociale e politico, ma ha avuto anche il grande merito di prendersi cura della scrittura, della regia e dell’apparato attoriale. Lui è riuscito a raccontare una storia in cui tutti gli attori sanno cosa dicono, in maniera assolutamente consapevole. Aldo Romanazzi, il personaggio che interpreto, è una sorta di mediano umano che tenta di ragionare il più possibile su come uscire fuori da quella Palazzina. Aldo Romanazzi è il personaggio più umano in quel contesto. Di solito non mi rivedo mai durante le riprese, questa volta stranamente mi accetto parecchio e questo è merito di Michele Riondino.

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