
Ute Terlizzi
Terlizzi ricorda Don Pietro Pappagallo con un murale nel giardino dei Giusti
L’iniziativa dell’Ute Terlizzi
I Giusti sono i non-ebrei che hanno compiuto azioni a rischio della propria vita e senza alcun interesse personale.
I Giusti non sono le vittime, ma sono coloro che si sono impegnati a soccorrere i perseguitati durante i genocidi, a difendere la dignità umana calpestata nei regimi totalitari e a testimoniare la verità per non dimenticare.
Per commemorare i Giusti tra le Nazioni viene scelto di piantare degli alberi di carrubo, un albero sempreverde con rami ben espansi, robusti, rigidi, nodosi e tortuosi. Il fusto è vigoroso, con corteccia grigiastra-marrone e poco fessurata. Le foglie sono sempreverdi, lucide e coriacee, alterne e con rachide rosso vinoso. L’albero del carrubo ha un profondo significato simbolico per la cultura ebraica; infatti è l’albero che produce il “Cibo dei profeti” (un riferimento a San Giovanni Battista, che passò parte dei suoi giorni nella regione desertica nei pressi di Gerusalemme, cibandosi solo di bacche di carrubo)
La comunità dell’Università della Terza Età “Angela Stragapede” con la presidente Giuseppina Piemontese, il Direttivo e in sinergia con Daniela Zappatore, assessora alla cultura del comune di Terlizzi, dopo aver ricordato il 6 marzo 2023 il “Giusto” Don Pietro Pappagallo con la messa a dimora nell’aiuola sita sul rondò in via Giovinazzo di un carrubo, un albero secolare a simbolo della grandezza di Don Pietro, è stata ancora promotrice di un’altra lodevole iniziativa in occasione dell’80° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Infatti, sempre nell’aiuola sita sul rondò in via Giovinazzo, sulla stele dove è posizionato lo stemma del comune di Terlizzi realizzato su ventiquattro piastrelle ceramicate, ha commissionato e fatto realizzare, sulla parte spoglia dello stesso, facendola rivivere, un murale che possa trasmettere emozioni. L’artista Maria Bonaduce ha concesso gratuitamente l’utilizzo di una sua opera per ringraziare con stima e lode l’U.T.E, per l’opera che svolge a favore degli anziani.
Il murale realizzato sulla parete esprime la sua arte e coinvolge il passante nel ricordo di una dolorosa storia della grande guerra: l’eccidio delle Fosse Ardeatine. L’opera celebra Don Pietro Pappagallo che benedice, dopo essersi liberato dalle corde, le vittime della ferocia nazista. Il murale è composto da singole piastrelle ceramicate che come un puzzle, compongono l’opera. Le decorazioni ceramiche policrone e le incisioni sono state realizzate dal maestro ceramista Carmine D’Aniello della “D’Aniello ceramiche, Tradizioni Artigianali dal 1881”; la messa in opera è stata a cura del marmista Mimmo Quarto.
Dopo l’attentato compiuto a via Rasella il 23 marzo 1944, don Pietro Pappagallo venne incluso nell’elenco delle vittime della rappresaglia tedesca. Assume un rilievo particolare la testimonianza di Joseph Reider, un austriaco, medico e cattolico, per i tedeschi un disertore da fucilare, miracolosamente scampato all’eccidio delle Fosse Ardeatine. “Il 24 marzo, un venerdì, si aprì la porta della cella e venni riportato alla luce, racconta Reider, mi vennero tolti i ferri e fui condotto in un’anticamera alla presenza di un sacerdote: Don Pietro Pappagallo. Questi mi rivolse la parola e mi benedisse con grande ilarità dei poliziotti Schneider e Rippkens, venne il brigadiere Krausnitzr con una corda e legò la mano destra di don Pietro alla mia sinistra, poi, passato il cortile, fummo condotti in strada e fatti salire in un omnibus pieno di prigionieri. Ci scambiammo degli sguardi muti coi compagni di sventura e mentre un poliziotto diceva all’altro: “Di costoro si farà del letame…” il furgone si mosse. Durante il tragitto, sebbene approfondito in tristi pensieri, riconobbi una parte della via Appia Antica: Don Pietro, trattenendo a stento le lacrime, recitava a bassa voce le preci. Arrivati all’ingresso di una spelonca, dopo essere scesi dal furgone, aspettammo su una specie di spiazzo, si formò un semicerchio di persone ammassate attorno me e a Don Pietro, col quale ero sempre legato. Non oso descrivere i visi supplichevoli e disperati, né ricostruire in pieno il momento tragico e crudele. Tutti avevano i capelli irti e molti erano incanutiti nel frangente per le perdute speranze, assaliti dal terrore o colti da improvvisa pazzia. In mezzo al frastuono udii esclamare con voce mesta e supplichevole: “Padre benediteci!”. In quel momento accadde qualcosa di sovrumano: deve aver operato la mano di Dio, perché Don Pietro riuscì a liberarsi dai vincoli e pronunciò una preghiera, impartendo a tutti la sua paterna benedizione.
Il racconto del disertore nazista Raider, dissociatosi dalle efferatezze germaniche, scampato miracolosamente alla morte, offre uno spaccato della missione di fratellanza e di pace che Don Pietro Pappagallo ha rappresentato in quel drammatico contesto. La sua vita finì in quel tragico giorno insieme a quella di altri 334 uomini fucilati in una delle più crudeli rappresaglie scatenate dai nazisti dopo l’8 settembre 1943. La strage delle Fosse Ardeatine non è stata una tragedia solo del popolo romano, ma della nazione, perché quei martiri erano la rappresentanza di tutte le classi sociali dell’Italia. Ogni persona, che perse la vita per la ferocia nazista, che oggi riposa in quel luogo, aveva una storia, aveva una vicenda umana, un progetto di vita, che la guerra ha interrotto in maniera traumatica e incomprensibile. Animato da robusta fede e da un altrettanto forte spirito di iniziativa Don Pietro ( Medaglia d’Oro alla memoria, conferita dal Presidente Ciampi, nel 2000, in occasione del 56esimo anniversario delle Fosse Ardeatine) nascose, sostenne e favorì la fuga di ebrei, antifascisti, intellettuali e tanti tra quegli uomini, donne e bambini che la guerra e l’occupazione nazista avevano reso prigionieri nella loro stessa Patria.
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