
Giuseppe Falcone
Volontariato in Africa: Giuseppe Falcone si racconta a cuore aperto
Ventuno giorni dall’altra parte del mondo: un viaggio unico attraverso mille emozioni contrastanti
«Sin da piccolo ho sempre sviluppato un’innata sensibilità nei confronti di chi è più debole, cercando di appianare qualsiasi situazione di diversità. Un atteggiamento di attenzione nei confronti dei bambini, degli animali, dei disabili: la mia esperienza nasce da qui, da quello che sono».
Giuseppe Falcone, 25 anni, terlizzese, racconta a cuore aperto quella che è stata una delle opportunità di vita più importanti che, lo scorso 4 Febbraio lo ha visto volontario in N’Djamena, capitale del Ciad, in Africa centro-settentrionale. Un viaggio lunghissimo, che ha messo a dura prova Giuseppe sin da subito, affrontando la solitudine e quell’inevitabile senso di smarrimento tipico di chi insegue i propri sogni con grande tenacia e passione.
Abbiamo chiesto a Giuseppe il motivo di questa partenza, di questo desiderio incontenibile e complesso da realizzare e la sua risposta è stata trasparente e profondamente sincera: «Ho la fortuna di condurre la mia vita in maniera piuttosto agiata; proprio per questo ho deciso di partire…affinchè tale condizione non prendesse il sopravvento su di me e mi permettesse di non perdere mai di vista i valori essenziali della vita, quelli per cui vale la pena vivere. All’inizio, a causa della mia situazione lavorativa piuttosto particolare, credevo che questo sogno fosse troppo complesso da esaudire, ma ci ho creduto con tutto me stesso ed ora sono qui per raccontarvelo».
Una delle ineguagliabili compagne di viaggio di Giuseppe è stata proprio Suor Marilda, che sin dal principio lo accoglie con grande commozione senza lasciargli mai la mano per i successivi 21 giorni di permanenza. Una presenza costante e necessaria, un punto di riferimento a cui affidare le proprie preoccupazioni e le proprie fragilità, unitamente a Suor Rachel, Mariclare, Valentina e don Alessandro, la persona che gli ha dato la possibilità di fare questo viaggio.
«Durante il mio viaggio in aereo, prima di giungere a destinazione, ho pensato a tutta la mia vita fino a quel momento: iniziavano a mancarmi i miei affetti, ma dentro di me avevo delle aspettative enormi. In realtà il mio viaggio era già iniziato tempo prima, quando decisi di intraprendere questa esperienza».
Il luogo in cui Giuseppe ha operato si trova a 12 ore da N’Djamena, un villaggio a sud della capitale dedito ai missionari. Tanti i momenti che ha catturato attraverso i suoi occhi, tanti gli attimi che lo hanno visto incredulo, amareggiato, ma profondamente vivo. Dall’altra parte del mondo, alla ricerca di se stesso, c’è solo una legge da poter seguire: quella del cuore.
«Ci sono tante cose che vorrei che la gente sapesse, è difficile stabilire quale sia stato il ricordo per eccellenza che porterò sempre con me. Forse uno dei momenti più emozionanti che ho vissuto ha a che fare con una messa domenicale a cui ho assistito. C’erano circa 800 bambini. Dopo il disagio iniziale, ho avuto modo di condividere i festeggiamenti con loro. I loro sguardi, la loro curiosità, la loro innocenza» racconta Giuseppe, che non tralascia neppure quei ricordi che ancora oggi gli procurano tristezza, come il momento in cui, durante la visita in un carcere, ha visto morire dei ragazzi proprio davanti ai suoi occhi.
Tanti i punti di domanda che Giuseppe, insieme a tutte le immagini forti e significative che ha portato a casa al suo ritorno, conserva e custodisce dentro di sè.
Così giovane, ma così deciso su quelle che sono davvero le priorità della vita: come mettere alla prova se stessi e aprire il proprio cuore a chi abbiamo al nostro fianco, non necessariamente dall’altra parte del mondo.
«Vogliate bene, portate rispetto, informatevi. Questa parte di mondo nascosta ai nostri occhi è soprattutto nostra responsabilità. Mi sono sentito compreso, le suore si sono prese cura di me sotto ogni punto di vista. In una società completamente proiettata al progresso e alla produttività, siate quelle gocce nell’oceano che vivono ancora per l’essenzialità che sta alla base di ogni cosa, di ogni rapporto» l’appello del giovanissimo terlizzese, la cui vita adesso suona diversamente, irradiando quella degli altri.
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