L’ultima tendenza terlizzese: il porta a porta “prêt-à-porter”. Le immagini

© terlizzilive
La città ha risposto abbastanza bene al nuovo sistema di conferimento dei rifiuti. A parte alcuni casi curiosi e paradossali di "adattamento" al nuovo
Sono passati quasi due mesi dall’avvio del porta a porta nei primi quartieri della città e, sia pure con beneficio di inventario, si può iniziare a tracciare i primi bilanci o, se non altro, a registrare le principali tendenze in atto.
La risposta della città è stata globalmente positiva: in poche settimane – cifre alla mano – abbiamo raggiunto la quota del 40% di rifiuti differenziati, raddoppiando l’iniziale, misera soglia del 20%, che ci aveva relegato nelle retrovie del gruppetto Aro 1, di cui pure siamo il comune capofila. Con l’implementazione del servizio nelle ultime aree del centro abitato – tra cui il borgo antico – il trend è certamente destinato a crescere.
A parte qualche malumore e qualche turbolenza, del resto preventivabili e, per un certo grado, fisiologici, la transizione verso il nuovo sistema sta insomma rispettando la tabella di marcia.
Tuttavia, vale la pena di segnalare i casi più strani e curiosi che si stanno manifestando in queste settimane di rodaggio e di adattamento al nuovo. La categoria del paradossale, del resto, è un genere in cui i terlizzesi, come si sa, eccellono. Ma veniamo ai fatti. Facendo una breve passeggiata serale per le vie della città – diciamo nella fascia oraria dalle 21 alle 23 – l’osservatore attento avrà certamente notato che molte famiglie mettono alla porta i rifiuti in un semplice sacchetto, senza mastello, come mamma li ha fatti (vedi foto in galleria). E magari li vedrà penzolare appesi a una corda uncinata o al pomello di un portone, o ancora giacere pazientemente sul marciapiede, in attesa che i solerti nottambuli dell’Asipu passino a raccattarli (a volte, pure, i sacchetti si muovono di propria iniziativa e raggiungono il cestino al palo più vicino, dove si autoconferiscono – ma questa è un’altra storia…).
Le solite malelingue insinuano che questo fenomeno sia dovuto alle note, endemiche peculiarità della popolazione terlizzese: l’eterno disincanto, il disfattismo, la pigrizia, il cinismo, l’ostinata resistenza al cambiamento. Era assai prevedibile, secondo questi insopportabili moralisti, che molti dei nostri concittadini – dopo aver tanto cianciato nelle assemblee pubbliche del rischio di esporre i rifiuti tutta la notte alla mercé degli animali randagi e rapaci (cani, gatti, topi, volpi, forse anche qualche esemplare di gufo) – in quattro e quattr’otto avrebbero messo da parte l’allarme e il mastello stesso, col suo fastidioso meccanismo anti-apertura fortuita, per passare a metodi di smaltimento più svelti e sbrigativi. Per i terlizzesi – dicono i soloni – da sempre immondizia fa rima con “ingurdizzia” (per i non terlizzesi, invece, il termine di origine dialettale designa una forma acuta e cronica di pigrizia a carattere autoconservativo).
Ma noi non vogliamo assolutamente credere alle sentenze di questi censori e sosteniamo che, se qualcuno ha deciso di conferire le immondizie “nature”, è stato solamente per virtù e non per egoismo e grettezza. La realtà è che questa pratica è stata inaugurata da una avanguardia di illuminati cittadini, mossi da impareggiabile spirito civico. Lo scopo? Dare l’esempio alla comunità. Il motivo? Primo: è assolutamente necessario preservare i “kit” per il porta a porta, acquistati dall’amministrazione spendendo fior di soldi pubblici. Secondo: è scoppiata la primavera e i rifiuti, poverini, morirebbero di caldo chiusi in quei mastellacci plasticosi e sintetici.
E poi, se gli animalacci notturni devono proprio ruspare tra le immondizie, ebbene, che lo facciano senza rovinare le pattumelle colorate, che sono state destinate dal buon Dio ad altri utilizzi, ben più acconci. Recenti studi accademici hanno dimostrato peraltro che il mastello, dopo il secchio celeste, è il contenitore più adatto per riporre le mollette del bucato, come noi terlizzesi ben sappiamo.
Si può biasimare dunque la scelta di chi pensa al patrimonio collettivo? Noi non crediamo. I critici a priori, quelli che se ne stanno sempre lì col ditino alzato a dar lezione a tutti, dovrebbero al contrario rendere merito a chi ha brevettato l’ultima moda nel mondo dei rifiuti: il porta a porta “prêt-à-porter“.
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