“Memorie dal sottosuolo” terlizzese: la storia delle cisterne sotterranee del Laterificio. Foto

stalattiti nel sottosuolo di terlizzi

La scoperta dei resti di probabile origine medievale in corso Dante non è la prima del genere effettuata nel territorio cittadino, che è ricchissimo – come tutta la regione – di testimonianze del passato

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È notizia di ieri il ritrovamento in corso Dante, durante i lavori per la posa della fibra ottica, delle tracce di un selciato di probabile origine medievale, su cui – chissà – camminavano i nostri tris-trisnonni.

L’interessante scoperta, resa possibile dalla presenza di un esperto della Sopraintendenza ai Beni Archeologici al seguito dei tecnici della Sirti, non è tuttavia una novità assoluta per la città, il cui sottosuolo, secondo i bene informati, pullula di siti e reperti sommersi e attraversamenti più o meno segreti, che il consigliere del Pd De Chirico, rilanciando una sua vecchia interpellanza del 2014, ha proposto di “mappare”, disegnando così una rete della Terlizzi sotteranea. 

Negli annali cittadini si registrano in realtà diversi casi di ritrovamenti inaspettati, vere e proprie “memorie dal sottosuolo” – Dostoevskij ci scuserà, – che talvolta, estemporaneamente, riemergono, rammentando agli autoctoni le vicende e i talenti della Terlizzi che fu. Non abbiamo alle spalle una storia banale. Il movimento Città Civile, per dire, ieri ha tirato fuori dai cassetti una dettagliata istanza a firma dell’attuale consigliere comunale Michele Cagnetta, che – su imbeccata di una non meglio precisata “fonte autorevole” – già nel 2014 segnalava alla Sopraintendenza l’esistenza, proprio sotto l’ex Laterificio, di una serie di cavità e grotte “molto profonde ma accessibili”.

La testimonianza storica citata da Città Civile parla specificatamente di “tre cisterne di acqua che si suppone risalgano approssimativamente all’anno 1750” e che sarebbero “così profonde da raggiungere il mare e di questo ci sarebbero le testimonianze oculari”. Proprio nel punto designato dalla topografia popolare come “u cap’vind“, avrebbe potuto esserci insomma una sorta di rete ipogea artificiale, costruita dai nostri ingegnosi avi sfruttando la naturale vocazione carsica del territorio, diffusamente segnato da lame, inghiottitoi, doline.

Particolare interessantissimo, “sul muro di cinta, lato cimitero, dell’ex Laterificio è altresì presente una lapide in stato di degrado riportante i nomi dei costruttori delle cisterne e la testimonianza del passaggio di Ferdinando IV, che venne a visitarle nel 1797”. A quanto pare il sovrano napoletano, successore di re Carlo di Borbone, era impegnato in un “tour” in Puglia e fu raggiunto a Molfetta da Ferrante De Gemmis, rampollo dell’illustre famiglia terlizzese, il quale – afferma la fonte anonima del movimento – gli parlò “dei risultati conseguiti in agricoltura e alla domanda del re di come avesse fatto a conseguirli in una regione tanto sitibonda, egli magnificò la presenza delle cisterne fatte costruire dal genitore [Tommaso], della loro immensa capacità e della perfezione della loro costruzione. Invitò il re a vederle e questi accettò”.

Fu così che il 12 maggio 1797 il re venne a visitare i serbatoi artificiali, che Ferrante utilizzava per condurre ricerche assieme ai sodali dell’Accademia ufficiosa da lui fondata a Terlizzi nel 1753. “Quante fossero non si sa. E dopo essersi fermato un attimo nel sedile comunale (dove oggi sono i “Combattenti”) tornò a Molfetta”.

L'”anonimo” traccia a questo punto una rapida cronistoria delle cisterne. Tra il 1802 e il 1805, negli anni del regno napoleonico, Terlizzi ebbe la “più grave siccità” che si ricordi, con tre sole piogge in quattro anni. L’acqua accumulata in quei serbatoi fu dunque una vera benedizione, sebbene fosse “venduta a 20 grani la soma”. Quando Ferrante morì però essi furono un po’ dimenticate e dopo qualche tempo l’area dove sorgevano parve a qualcuno “ideale alla realizzazione di una attività produttiva di vasellame e tegole di argilla. All’inizio del 900 divenne attivo un vero e proprio stabilimento di produzione di manufatti di argilla”, che non produceva allora mattoni, ma “vasi, canne per le fonderie, […] tegole etc.”. Le cisterne divennero così strategiche per l’opificio, che le integrò nel processo produttivo, recintandole e rendendole di fatto “indisponibili alla comunità”. 

“Attualmente esse sono tre – affermava due anni fa l’ignoto storiografo. – Ne ho visitate due. Sono grandi e impressionanti per la perfezione del taglio delle pietre che ne costituiscono le pareti e la volta a botte. Chissà se siano state le uniche o ce ne erano altre. Sta di fatto che lo sviluppo industriale del Laterificio Pugliese, che ora le ingloba, ha comportato ampi scavi nell’area per la costruzione di un ampio silo di argilla nelle immediate vicinanze di quelle cisterne così come lì vicino ci sono i serbatoi sotterranei dell’olio combustibile. Attualmente queste tre cisterne ancora attive raccolgono l’acqua piovana di tutto il tetto dello stabilimento e anche buona parte dell’acqua piovana della viabilità interna dell’opificio”.

Questa è, in breve, la storia delle cisterne sotterranee di Terlizzi, sopravvissute alla damnatio memoriae. Adesso che il Laterificio è stato liquidato per legge, chissà che non possano essere in qualche modo riscoperte e valorizzate, a testimonianza della – spesso misconosciuta (e talora “appannata”) – “operosità, professionalità e lungimiranza della nostra gente”.

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