L’ultimo saluto ai ciclisti di Andria. Il cordoglio della città di Terlizzi

Don Mimmo Basile richiama la forza consolatrice della fede di fronte all’ingiustizia della morte; la Sindaca Giovanna Bruno celebra l’umanità dei defunti, esempio silenzioso di servizio e condivisione per tutta la comunità

4 commenta

Si sono tenuti oggi i funerali dei tre ciclisti morti sulla sp231 domenica 3 agosto. Alla celebrazione delle esequie di Sandro Abruzzese, Antonio Porro e Vincenzo Mantovani ha partecipato anche il sindaco di Terlizzi, Michelangelo De Chirico, portando i sentimenti di cordoglio della comunità di Terlizzi che, insieme a quella andriese, ha vissuto lo sgomento per una così grande tragedia. «Ho sentito di portare ai familiari delle vittime non solo il nostro profondo cordoglio, ma anche un segno concreto della nostra vicinanza, consegnando nelle loro mani l’immagine della Madonna di Sovereto affinchè possa in parte consolare il dolore e la sofferenza che stanno provando. Un gesto sentito, per esprimere loro la partecipazione affettuosa della nostra Comunità» ha scritto il sindaco De Chirico.

Durante la celebrazione delle esequie solenni nella Chiesa Cattedrale di Santa Maria Assunta, dinanzi a una folla composta e profondamente partecipe, il vicario generale della Diocesi di Andria, don Mimmo Basile, ha rivolto parole di intensa spiritualità e consolazione ai presenti, richiamando il senso profondo del dolore, della fede e della speranza cristiana nel mistero della Risurrezione. Di seguito, l’omelia pronunciata nel corso del rito funebre:

«Questa invocazione di Maria, sconvolta per la morte di suo fratello Lazzaro, sentiamo di poterla fare nostra. Le sue parole possono essere le nostre parole, il suo grido il nostro grido: «Signore, se tu fossi stato qui…» Stamattina, dinanzi alla morte tragica e prematura di Sandro, Vincenzo e Antonio, percepiamo con forza il non senso della morte, la forza brutale del limite supremo ed estremo che ci allontana dal volto e dalla presenza dei nostri cari. Nella preghiera non possiamo tacere il dolore, ponendo tutto davanti a Dio, anche e soprattutto i nostri dubbi, gli interrogativi senza risposta, i timori. Perché stare davanti a Dio, ce lo insegna la Sacra Scrittura, può essere anche gridare a lui: come Giobbe che protesta la sua innocenza, mentre soffre terribilmente, come il protagonista di tanti salmi che si sente schiacciato da un dolore ingiusto, come Gesù che nell’orto degli ulivi chiede al Padre che passi oltre il calice della passione e sulla croce gli grida il suo sentirsi abbandonato.

E Dio non rimane impassibile, si coinvolge nella nostra sofferenza, si fa accanto, patisce con noi e come noi. Ecco perché Gesù, il Figlio di Dio, nella sua umanità freme interiormente, si commuove profondamente dinanzi alla tomba dell’amico Lazzaro e scoppia in pianto. La morte è ingiusta, anche per Gesù, ed egli non può che sentirsene autenticamente coinvolto. Perciò Gesù risuscita alla vita Lazzaro, lo tira fuori dal sepolcro, affidandolo all’affetto delle sue sorelle. L’ultima parola, per Dio, non può essere la morte e il ritorno alla vita di Lazzaro è un segno che anticipa la risurrezione di Gesù, lui che poco prima ha detto di essere «la risurrezione e la vita» (Gv 11,25).

L’ultima parola, per Dio, è l’amore, perché è l’amore che dà la vita, che vince la morte: Gesù ha amato, è stato amato dal Padre, e in forza di questo amore risuscita e porta con sé tutti coloro che credono in lui, i nostri cari Sandro, Vincenzo e Antonio, le loro esistenze che nell’amore di Dio potranno rifiorire in una vita e in una luce che non conoscono tramonto, nel Regno dove un giorno sarà possibile ritrovare la tenerezza e la dolcezza dell’abbraccio dei nostri cari che ci hanno preceduto nel pellegrinaggio terreno. Questo amore esprime pienamente chi è il nostro Dio, il suo farsi accanto nella promessa di eliminare per sempre la morte e asciugare le lacrime da ogni volto (cf. Is 25,8). Del resto non può che essere così, perché Dio è amore, ci ha creati per l’amore e nell’amore troviamo il segno che ha contraddistinto la vita di questi nostri fratelli. Sandro, Vincenzo e Antonio hanno saputo amare e sono stati amati, nella loro esistenza quotidiana, negli affetti familiari, nel loro lavoro, nella trama delle relazioni con gli altri.

Questo amore è risaltato particolarmente nell’impegno da loro profuso nell’associazione Avis di Andria, anche grazie all’intuizione di Antonio Porro che, sin dai primi passi dell’associazione, ha affiancato l’attività ciclistica a quella delle donazioni di sangue. Tale dedizione esprime bene l’impegno sociale, il volontariato disinteressato, il servizio generoso che ha segnato le loro vite e che testimonia come solo l’amore, nelle nostre precarie vite, conta ed è credibile. Sandro, Vincenzo e Antonio sono morti al mattino del 3 agosto, in una domenica in cui la liturgia della messa proponeva la lettura di un brano di grande efficacia dell’evangelista Luca (cf. Lc 12,13-21).

Nel vangelo Gesù, interpellato da un tale, rifiuta in modo secco di intervenire in una disputa tra fratelli per questioni di eredità e mette in guardia dalla cupidigia, dal desiderio smodato di possedere, perché la nostra esistenza è limitata e non dipende da ciò che si possiede: ciò che conta non è accumulare tesori per sé ma arricchirsi presso Dio. Il testo evangelico sembra davvero definire la vita di questi nostri fratelli e offre a noi una luce per leggere la drammatica fine della loro esistenza come possibilità di accoglierne la testimonianza. Sandro, Vincenzo e Antonio ci dicono che in questa nostra amata città ci sono ancora tante persone che nel silenzio sanno donarsi agli altri e si impegnano per il bene comune. Da questi fratelli riceviamo il testimone perché sia possibile una rinnovata “etica della responsabilità e della cura”, attraverso l’impegno che si declina a favore della legalità, dell’attenzione ai più deboli, della comune appartenenza ad una comunità nella quale possiamo salvarci solo insieme. “Il sangue non si versa, si dona”.

Questo slogan dell’Avis ci dà la speranza che il sangue versato sulla strada da Sandro, Vincenzo e Antonio sia, ancora una volta, un sangue donato, un seme che chiede di essere accolto perché porti frutto e germogli in vita che fiorisce, che risorge qui ed ora, secondo la logica del Vangelo e nella forza del Cristo Risorto. Signore Gesù, tu che sei risurrezione e vita, rivela il tuo volto mite e festoso a Sandro, Vincenzo e Antonio. Ti preghiamo di consolare i loro cari e di dare consolazione nel dolore. A tutti noi sia dato di vivere sin da ora da risorti, in un’esistenza sensata che sa donare e nell’amore fa fiorire ovunque la vita. Amen».

La Sindaca di Andria Giovanna Bruno ha preso la parola per un commosso saluto istituzionale e personale ai tre concittadini tragicamente scomparsi, esprimendo a nome dell’intera comunità cittadina gratitudine, dolore e vicinanza alle famiglie colpite.

«Carissimi tutti,

il momento del commiato è sempre intriso di tristezza, di sospensione emotiva.

Mai come in questa circostanza, sembrerebbe che il filo conduttore di questa assurda vicenda sia la rabbia. Proviamo tanta rabbia, ciascuno in maniera differente; ma è pur sempre rabbia. Eppure, in questi giorni trascorsi dopo quel terribile 3 agosto, la rabbia sì è rimasta e ci accompagnerà nel tempo; ma è stata soppiantata da sentimenti nuovi, quasi inaspettati. Dai racconti, dalle storie e dalle descrizioni di chi Antonio, Sandro e Vincenzo li ha vissuti, emerge, potente, il vero fil rouge di questo nostro essere qui oggi: l’umanità.

I nostri tre concittadini l’hanno incarnata, cercata. L’umanità. Quella che troppo spesso smarriamo sulle strade dell’indifferenza e della superficialità, dei rancori e dei giudizi. Ebbene, loro l’umanità l’hanno dispensata. Cioè quell’essere persone e parti di un insieme: la famiglia, l’associazione Avis, la loro Città.

Ho pensato in queste ore alla ricchezza di persone come loro per una Comunità: li ho definiti ‘la parte bella’, quella che non fa rumore ma opera quotidianamente; quella che entra nelle pieghe dei bisogni umani senza farsi notare; quella che fa del servizio una missione, dello sport una sana passione. Ho pensato a parole per descrivere questi nostri cari e tante si incrociano, si sovrappongono, perché li assimilano in una osmosi senza confini.

La cura: Antonio, uomo di cura, di premure. Per gli altri e per sé. Uomo di attenzioni e delicatezze, di scelte convinte e azioni determinate, molto rivolto agli altri. Indistintamente. Spalla, riferimento. Sicurezza.

La semplicità: Sandro, mite e generoso, silenzioso e prezioso, profondo e sincero. “Non siamo proprietari delle nostre vite, ma ne siamo i custodi”: avrebbe detto così ad un amico, nella conversazione serale poche ore prima della tragedia. Aveva ragione. Ha ragione. Siamo custodi del bene supremo della vita e come tali impegnati a qualificarla, ad arricchirla non di cose, ma di contenuti.

La compagnia: Vincenzo, uomo di spirito, gioviale e sereno, forte e ottimista. Socievole, pieno di passioni, pronto a fare un passo indietro per agevolare le dinamiche di gruppo, innamorato della sua famiglia, della sua serenità domestica, per lui ricchezza.

Ecco: cura, semplicità, compagnia. Parole interscambiabili, che accomunano Antonio, Sandro e Vincenzo e ci portano a dire: Grazie! Siete stati preziosi. Siete preziosi. È prezioso per noi tutti il vostro esempio di dedizione, di fedeltà. È prezioso il bagaglio di amore che torna a noi in queste ore in cui ci sentiamo smarriti, confusi. In cui la rabbia vorremmo fosse abitata da tenerezza. Quella di avervi incontrati, conosciuti per poco o tanto, visto e rivisto indossare quella maglia oggi posata sulle vostre spoglie, la maglia dell’Avis che è stata per voi non una associazione ma un programma e una scelta di vita.

Grazie a voi, famigliari tutti. La disperazione e l’incredulità non hanno tolto lo spazio alla vostra grande dignità in questo immane dolore, che è diventato un po’ dolore collettivo. Di questa Città, di quelle oggi qui rappresentate, dello Stato attraverso la Prefettura, delle Forze dell’Ordine, delle rappresentanze di tante associazioni di volontariato e protezione civile, di tanti amici, conoscenti e non. Insomma, di tutti coloro con cui ogni giorno, per diverse ragioni e in varie circostanze, Antonio, Sandro e Vincenzo si sono relazionati.

Che cosa ci rimane, dopo la rabbia e il pianto? Cosa, di fronte alla morte che mette un punto alla vita, ma solo a quella terrena?

Ecco, ci rimane l’umanità. Quella che Antonio, Sandro e Vincenzo ci consegnano, quasi fosse un passaggio di testimone: quella che non può essere spazzata via o sbalzata in aria da nessun’auto, su alcuna strada mai. Quella che viaggia su biciclette il cui manubrio è la speranza, le cui ruote sono affetto, le cui pedalate sono cammino, senza soluzione di continuità.

A noi resta l’umanità. Quella stessa che Sandro, Vincenzo e Antonio hanno rappresentato nel loro breve o medio o più o meno lungo viaggio terreno, testimoni di bellezza e positività. In un silenzio operoso che non può essere macchiato dalla rabbia. L’umanità che unisce, che fortifica. Che vuole consolare, nel tempo, chi piange e geme. Perché nulla di quanto accaduto ha un senso nelle loro e nelle nostre menti. E al dolore, chiediamo di far spazio, in punta di piedi, alla nostra umana e sincera vicinanza».

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!