Dacci oggi il nostro pane

Quarticella Terlizzese
Il contributo di Olga Chiapperini, studiosa di storia locale e tradizioni popolari, coordinatrice Staff Cultura della Pro Loco di Terlizzi
«Anche quest’anno non potremo benedire la ‘nostra’ quarticella alla messa in suffragio dei morti.»
«Lo so, la patràun (Signora mia)!»
Rispose il povero contadino che, da anni, lavorava a giornata. Era stato un piccolo proprietario. Poi, le cattive annate lo avevano costretto a vendere quelle poche vigne di terra. Anche al pane quotidiano aveva dovuto rinunciare: dal pane ‘bianco’, quello di grano, era passato al ‘bruno’, composto di farina mescolata a crusca.
Poi, non poté che permettersi il solo ‘pane canino’, quello con crusca e farina di orzo. Alla fine, neanche quello! Gli spuntavano le lacrime agli occhi ogni volta che, recitando il ‘Pater Noster’, arrivava a chiedere: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Quell’oggi non arrivava mai. Si alimentavano di carrube, fichi secchi, pochi legumi, ‘foglie’ e tuberi da strappare alla terra.
Rinunciare ad onorare i morti con almeno un po’ di quel caldo pane fragrante, farcito di ricotta infortita ed alici, era troppo doloroso.
«È un dovere di noi vivi!» Disse alla sconfortata moglie.
«Vedrai, qualcuno te ne darà un pezzo!» Gli mise delle carrube e dei fichi secchi nella bisaccia.
Uscì che era ancora buio. Passò davanti ai tre forni cittadini. L’aria era fragrante del vapore delle croccanti ‘quarticelle’ che ciascuno infilava nella ‘sacchetta’ avviandosi in chiesa.
Salutava tutti sperando in un’offerta… niente!
I rintocchi della Cattedrale chiamavano tutti alla messa mattutina in suffragio dei defunti.
Entrò in Chiesa, pregò e si commosse ancora una volta a quel: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”…
Quanta emozione a vedere tutte quelle mani sollevate con le ‘quarticelle’ al momento della benedizione! Il Duomo profumava di pane caldo, ricotta ed alici.
Gli scendevano dei lacrimoni lungo le guance. Si vergognò. Al ricordo dei defunti non riuscì a frenare i singhiozzi. Si asciugò gli occhi. Il Duomo si svuotò e ognuno si avviò verso la propria destinazione lavorativa. Si vergognava di unirsi agli altri ma aveva tanta voglia di compagnia.
Un compagno sì, ma senza pane da condividere non rimaneva che la solitudine.
Arrivato sul posto di lavoro, al momento della ‘murènn’ (merenda), fu giocoforza, tirar fuori la sua misera colazione. Sperò, guardando negli occhi i suoi ‘compagni’, che almeno uno avrebbe condiviso la ‘quarticella’ con lui. Lo canzonarono, invece. Erano addirittura scandalizzati.
«Hai dimenticato che è l’alba del 2 novembre?»
«Non ne hai morti, tu?»
Intanto affondavano i denti nelle loro ‘quarticelle’.
Non rispose. Si allontanò dal fuoco acceso con la scusa di raccogliere qualche oliva da arrostire, infilzata in uno stecco, intanto ingoiava lacrime e vergogna.
Per tutta la giornata di lavoro di tanto in tanto lo prendevano in giro: «Nəcólə, la Cəcalèdd, s’à scurdə’tə la quartəcèdd!» (Nicola, la Cicaletta, ha dimenticato la quarticella!)
Non reagì. Lavorò con tanta amarezza repressa.
Sulla via del ritorno, sempre canzonato, a denti stretti, sbottò: «Nəcólə, la Cəcalèdd, cu la məgghiérə sə conzólə, quànn ind’ó rənzólə sə gódə la quartəcèdd!» (Nicola, la Cicaletta, con la moglie si consola, quando fra le lenzuola si gode la quarticella!)
Qualcuno lo sentì, lo rivelò agli altri e divenne proverbiale.
Olga Chiapperini
chiapperiniolga@gmail.com
Informatore: Paolo Chiapperini, nonno paterno
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