Referendum sulla giustizia, al Mat un incontro per il No

A Terlizzi, al Mat Laboratorio Urbano, magistrati ed esponenti del mondo associativo sono intervenuti nel dibattito sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. Articolo di Flavia Fiore

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Il 22 e il 23 marzo, giorni in cui si terrà il referendum costituzionale sulla giustizia, si avvicinano. Il dibattito pubblico sul Sì e sul No è acceso in tutta Italia.

Se ne è parlato anche a Terlizzi giovedì scorso, in un incontro pubblico svolto nella sala del teatro del Mat Laboratorio Urbano.

«L’evento è nato dal desiderio di tre associazioni di Terlizzi di voler denunciare il rischio di anti-costituzionalità del referendum: l’associazione Pax christi, la fondazione Libera e il gruppo parrocchiale della San Gioacchino» ha esordito l’avv. Edgardo Bisceglia, responsabile della Caritas diocesana, che ha moderato l’incontro.

«Per alimentare il confronto abbiamo chiesto la presenza di alcuni esponenti del Sì, ma non ci hanno risposto; li invitiamo ad esporsi in seguito. Quello che vediamo e viviamo è il rischio di un’alterazione degli equilibri dello Stato e tutta una serie di procedure che hanno l’obiettivo di mettere i potenti al riparo. I nostri tempi vedono una cittadinanza sempre più periferica e non più centralizzata e una giustizia garante esclusiva per i più forti».

«La domanda è semplice: perché votare no in vista del referendum di marzo?» ha chiesto poi Giovanna de Scisciolo, presidente di Sezione della Corte d’Appello di Bari.

«Vorrei partire dall’attuale normativa costituzionale e cosa prevede la riforma Meloni-Nordio. Alla base della nostra costituzione c’è la differenziazione dei poteri: legislativo, giudiziario ed esecutivo. Per quanto riguarda la nostra Costituzione non si limita ad enunciare il diritto di autonomia, lo fa attraverso un organo decisionale: il Consiglio Superiore della Magistratura.

Oggi il consiglio è formato dai 2/3 da magistrati togati che vengono eletti tra tutti i magistrati che scelgono i loro rappresentanti, 1/3 di elezione parlamentare selezionati tra professori universitari e avvocati con 15 anni di servizio alle spalle e sono di nomina politica. Questo referendum, nasce da un non detto, si sta propagandando come una riforma della giustizi, ma è esclusivamente una riforma dell’ordinamento giudiziario che non migliora il servizio ai cittadini, ma aumenterà solo i costi della giustizia.

Ogni anno vengono spesi 55 milioni di euro per la giustizia, per due consigli di magistratura, la spesa sarà doppia. Prevede infatti, la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti o pubblici ministeri e la creazione di un nuovo organo di governo: l’Alta corte Disciplinare. Con la riforma ci sarà una elezione della componente togata in base a un sistema aleatorio e causale.

Mentre la parte laica sarà scelta tramite sorteggio da elenchi approvati dal Parlamento, in questo modo, la politica potrà scegliere i rispettivi punti di forza e la magistratura non avrà la possibilità di scegliere i propri magistrati. Non si comprende perché tutte le categorie professionali hanno l’opportunità di scegliere i propri rappresentanti, la nostra no.

Questa riforma, non riduce i tempi dei processi, non aumenta il personale e non regolarizza i precari, non assicura la rieducazione del condannato né la certezza della pena. Viene fomentata come l’apoteosi della giustizia, ma non è così, anzi le due funzioni dei giudici sono separate già dalla riforma Cartabia del 2022. Occorre tutelare i diritti di tutti i cittadini, perché il confine della stagione da mani pulite a mani libere è davvero limitrofo».

«Io sono in magistratura dal 1996 perché mi piaceva moltissimo il modello di legalità che in qualità di magistrato avrei dovuto tutelare» ha quindi affermato Giuseppe Gatti, magistrato alla Direzione Nazionale Anti-mafia e procuratore aggiunto alla Procura di Bari.

«Ho sempre fatto il pubblico ministero e mi sono occupato di mafia; anche di violenza di genere. Da questi due modelli relazionali, ho capito che non esiste una singola legalità, ma diversi punti di vista.

La legalità intesa come relazione e devozione a dei valori tipici del sistema mafioso è fortissima più di quella dello Stato. Una realtà di classe che destituisce l’altro, una legalità in verticale che tenta di schiacciare l’altro.

Sono diventato magistrato perché amavo un altro modello di legalità, quella circolare o orizzontale. Questo tipo di legalità è garantita dall’art. 2 della costituzione, che dice: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Questo articolo stabilisce tre concetti chiave: diritti inviolabili dell’uomo, come l’uguaglianza e la dignità sia come singolo sia nelle formazioni sociali e il dovere di solidarietà; ogni cittadino contribuisce al bene comune con il singolo operato. Anche nell’equilibrio dei poteri dello stato c’è una relazione. I poteri sono autonomi ma dialogano tra di loro. L’idea di dovermi distaccare dai giudici e il rischio che non ci sia più la scuola giudicante e requirente, verrà meno la cultura della giurisdizione che costituisce il valore della autonomia della magistratura».

A chiudere gli interventi è stato Giuseppe Volpe, ex procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bari.

«Ringrazio la presenza dei giudici dall’alto tasso etico, esempio di coloro che lavorano per la tutela dei diritti della popolazione. Giuseppe Gatti ha una modestia enorme, ha combattuto la mafia del foggiano, raggiungendo dei risultati enormi: vent’anni fa c’erano zero collaboratori di giustizia, oggi, sono una cinquantina per effetto delle sue azioni giudiziarie e dei suoi collaboratori.

Io sono in pensione da oltre cinque anni, ma scendo in campo, in difesa del no, perché vi sono degli atteggiamenti della classe politica dominante che inducano a reagire perché siamo difronte a un tentativo della politica di evitare interferenze. Questo è sempre avvenuto, io stesso, spesso cito un saggio di Marco Minghetti del 1881 dal titolo: I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione, che parla proprio di questo. I giudici sono soggetti alla legge che viene amministrata in nome del popolo italiano e le sentenze si pronunciano sempre in nome di esso. C’è un legame tra la legge, la magistratura e il popolo, la politica non può scindere questo legame».

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Commenti

  • Giovanna Malerba (utente non verificato)

    Mi domando cosa c’entri la Chiesa Cattolica con le leggi dello Stato italiano. Pensi piuttosto a rinvigorire la fede nei cittadini e a riempire le chiese che, ahimè, sono sempre più vuote