Agorà ospita il prof. Corrado Petrocelli: un’ora di dialogo sulla crisi e il futuro dell’università italiana

Articolo a cura di Flavia Fiore
Nella mattinata del 22 febbraio, la sede dell’associazione Agorà, affacciata su piazza IV Novembre, si è trasformata in uno spazio di confronto fitto e necessario. L’iniziativa, dal titolo “Un’ora con”, ha portato al centro del dibattito la voce del prof. Corrado Petrocelli, figura di primo piano del mondo accademico italiano.
A introdurre l’incontro è stata Santina Mastropasqua, presidentessa di Agorà, che dopo i saluti istituzionali ha ricordato le prossime attività del collettivo: dal progetto scolastico “La città che vorrei” alla lettura pubblica di testi delle donne costituenti in vista dell’8 marzo. Un modo per ribadire la vocazione dell’associazione a creare luoghi di pensiero condiviso.
A moderare il dialogo è stato il dott. Pasquale Cipriani, socio storico di Agorà, che ha ripercorso la lunga carriera del professore: dagli anni da docente di esegesi delle fonti greche e romane all’Università di Bari, al rettorato durato dal 2006 al 2017, fino agli incarichi nazionali e internazionali, tra cui la vicepresidenza della CRUI e la guida dell’Università di San Marino. Un profilo, ha ricordato Cipriani, «ammirevole», segnato da responsabilità istituzionali di rilievo e da un impegno costante nella vita culturale del Paese.
Le dimissioni anticipate e l’amarezza per un sistema in crisi
Petrocelli ha ripercorso anche il momento più delicato della sua carriera: le dimissioni anticipate dall’Università di Bari, presentate nel 2017. Una scelta sofferta, motivata da un clima che – nelle sue parole – aveva smarrito il senso profondo della comunità accademica.
«L’Ateneo non è stato solo un luogo di lavoro», ha ricordato. «Ho trascorso lì ore, giorni e anni, costruendo la mia carriera da giovane ricercatore precario fino a diventare professore, preside e infine rettore. I sette difficili anni di rettorato sono stati un’esperienza indelebile, eppure molto di quello che è stato fatto non è bastato. Quando non c’è riconoscenza, ma neppure un parziale riconoscimento, l’amarezza è inevitabile».
Il professore ha descritto un sistema universitario segnato da competizione «selvaggia», scarsità di risorse e logiche di mercato che trasformano gli studenti in «clienti da soddisfare». Una deriva che, a suo giudizio, ha indebolito la missione culturale e civile dell’università.
Un riconoscimento, seppur tardivo, è arrivato nel 2021, quando l’allora rettore Stefano Bronzini gli ha conferito il titolo di Magnifico Rettore per la sua attività di ricerca.
Dalla parentopoli barese alla rinascita dell’Ateneo dedicato ad Aldo Moro
Rispondendo alle domande poste dal moderatore, Petrocelli ha ripercorso i passaggi più complessi del suo rettorato. Quando si candidò, l’Università di Bari era scossa dallo scandalo parentopoli e da una situazione economica critica.
«La prima cosa che feci fu scrivere un codice etico che vietava l’assunzione di parenti stretti nei dipartimenti», ha spiegato. Un intervento che arginò solo in parte il fenomeno, perché «i rapporti di interesse, di tipo relazionale, credo siano rimasti».
Il professore ha ricordato anche le irregolarità nei test di Medicina, con la presenza di “prestanome” sessantenni tra i candidati. «Chiesi di annullare la prova», ha raccontato, «e l’anno successivo adottammo misure più rigide».
Sul piano economico, l’Ateneo partiva da un debito di 100 milioni di euro: «Quando sono andato via erano diventati dodici», ha sottolineato.
Il 2008 fu l’anno della svolta simbolica: la decisione di intitolare l’Università ad Aldo Moro, dopo la cancellazione del precedente riferimento a Benito Mussolini imposto dalla legge Scelba. «Scoprii quanto Moro avesse donato all’università», ha detto Petrocelli. «Era un uomo eccezionale, legatissimo agli studenti». L’intitolazione avvenne al Petruzzelli, alla presenza del presidente Napolitano e dei figli dello statista.
“L’università non è una gara di velocità”
Nel suo intervento, Petrocelli ha criticato i criteri ministeriali che premiano gli atenei in base alla rapidità dei percorsi di studio: «Il tempo dell’apprendimento richiede tempo. L’università dovrebbe essere uno spazio neutrale, di confronto e collaborazione, non un luogo dove si corre per arrivare primi».
Ha ricordato il tentativo, nel 2010, di creare una Confederazione delle Università del Sud per unire competenze e risorse, proposta respinta dal Ministero e da altri atenei «in nome della competizione esasperata».
San Marino, le università telematiche e la fuga dei giovani
Nella sua esperienza a San Marino, ha raccontato, è stato possibile costruire un’università “a misura umana”, con un rapporto docente-studente più diretto. «L’università non deve formare a un’unica mansione, ma offrire una cassetta degli attrezzi per orientarsi nel mondo del lavoro».
Sul successo delle università telematiche, Petrocelli ha espresso preoccupazione: «Le università non sono viste più come luoghi di incontro, ma come luoghi inospitali. Gli spazi non li viviamo più».
Il professore ha citato anche una statistica significativa: 2.000 giovani pugliesi lasciano la regione ogni anno, non per la qualità della didattica altrove, ma per la mancanza di prospettive occupazionali. «Occorrerebbe far funzionare insieme formazione e territorio», ha affermato. «La speranza c’è, ma nasce dal recupero dei valori su cui si fondano le nostre istituzioni».
Un confronto che apre domande necessarie
L’incontro si è chiuso con una riflessione collettiva sul futuro dell’università italiana e sulle prospettive dei giovani del territorio. Agorà, ancora una volta, ha offerto uno spazio di ascolto e di pensiero critico, riportando al centro della discussione pubblica temi che toccano da vicino la vita culturale e sociale della comunità.
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!








Usura ed estorsioni, tre persone in carcere e una ai domiciliari. Sequestrati beni per oltre 700mila euro