Guerra in Medio Oriente, il generale Tota: «Attenzione ad attentati ed azioni terroristiche»

L’intervista con il Generale di Corpo d’Armata Giuseppenicola Tota, per anni alla guida di missioni internazionali in Medio Oriente
Il Generale di Corpo d’Armata Giuseppenicola Tota, originario di Corato, è stato per anni uno dei protagonisti delle missioni internazionali italiane nelle aree più delicate del Medio Oriente e del Mediterraneo allargato. Nel corso della sua carriera ha maturato una lunga esperienza operativa e strategica nei teatri internazionali più complessi, seguendo da vicino le dinamiche geopolitiche che coinvolgono Iran, Libano, Israele e il sistema di alleanze occidentali.
Proprio questa conoscenza diretta del territorio e degli attori regionali rende particolarmente significativo il suo punto di vista sugli sviluppi degli ultimi mesi e sulle possibili conseguenze per l’Italia e, in particolare, per la Puglia, regione che per posizione geografica rappresenta uno dei punti più esposti del Paese sul Mediterraneo orientale.
In questa intervista il Generale Tota analizza i rischi legati alla crescente tensione tra Iran, Stati Uniti e Israele, il ruolo della guerra asimmetrica e il livello di preparazione dell’Italia di fronte a scenari di crisi internazionale.
Generale, dal suo punto di vista quali sono oggi le prospettive per la Puglia alla luce delle tensioni internazionali?
«Tutto può accadere in uno scenario del genere. Pensiamo, ad esempio, all’episodio del drone arrivato nei pressi di Cipro: non sappiamo esattamente da dove sia partito né quale fosse il suo obiettivo. Spesso queste vicende si chiariscono solo molto tempo dopo. È evidente che davanti a Cipro si trova il Libano e, in particolare, Hezbollah. Non è quindi escluso che un episodio del genere possa essere collegato a quella realtà. In un contesto internazionale così complesso dobbiamo considerare che la Puglia, affacciandosi direttamente sul Mediterraneo orientale, rappresenta una delle aree più vicine a questi scenari».
Esiste un rischio diretto per il territorio pugliese?
«Dal punto di vista strettamente militare colpire direttamente la Puglia con sistemi d’arma convenzionali non è semplice. Tuttavia non possiamo permetterci di essere indifferenti. L’attenzione deve riguardare sia l’ambito militare sia quello dell’ordine pubblico, cioè la possibilità di azioni terroristiche o attentati. Viviamo in una società aperta e questo significa anche convivere con la presenza di persone che possono avere visioni radicali o estremiste».
Dal punto di vista militare, ciò che sta accadendo è un evento straordinario?
«Situazioni di tensione internazionale ne abbiamo già viste. Pensiamo ai bombardamenti della Serbia durante la crisi del Kosovo, oppure agli interventi in Libia, Iraq e Siria. La differenza oggi è che parliamo di uno Stato come l’Iran, molto più strutturato e preparato rispetto ad altri Paesi coinvolti in crisi recenti».
Il conflitto tra Iran e Occidente ha radici lontane.
«Esattamente. La contrapposizione con l’Iran va avanti dal 1979, dalla rivoluzione islamica. È una dinamica che si trascina da decenni. La novità è che oggi stiamo assistendo a reazioni più forti rispetto al passato. In realtà molte di queste mosse erano prevedibili: le parti in causa si aspettavano da tempo uno scenario del genere».
Quanto contano le trattative diplomatiche in questa fase?
«Le trattative esistono da anni. Tuttavia spesso restano inconcludenti. Un esempio è proprio Hezbollah: partecipa ai tavoli negoziali, discute, ma alla fine difficilmente si arriva a soluzioni definitive. È una dinamica che ho potuto osservare direttamente durante la mia esperienza in Medio Oriente».
Un altro elemento di preoccupazione riguarda il nucleare.
«Certamente. La questione dell’uranio arricchito e delle tecnologie nucleari in mano a Paesi come l’Iran è uno dei punti più delicati della situazione internazionale. Il timore è che queste capacità possano essere utilizzate come leva politica o strategica».
È in questo contesto che si parla di guerra asimmetrica?
«Esattamente. La guerra asimmetrica nasce proprio dall’impossibilità di confrontarsi sul piano militare convenzionale con potenze come gli Stati Uniti. In questi casi si utilizzano strumenti diversi: attentati, pressioni economiche, destabilizzazione delle rotte commerciali. Pensiamo, ad esempio, alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, che è fondamentale per il traffico energetico mondiale. Basta minacciarlo per far salire i prezzi del petrolio e i costi delle assicurazioni navali».
L’Italia è pronta ad affrontare uno scenario di questo tipo?
«Sul piano dell’ordine pubblico il nostro sistema di sicurezza è strutturato. I servizi di informazione e sicurezza sono ben collegati e lavorano costantemente per prevenire eventuali minacce. Dal punto di vista militare disponiamo di sistemi di difesa adeguati, come l’artiglieria contraerea e i sistemi anti-drone».
Quanto conta il sistema delle alleanze?
«Conta moltissimo. L’Italia fa parte della NATO e questo significa poter contare su una rete di cooperazione e difesa collettiva. In scenari internazionali complessi le alleanze rappresentano una garanzia fondamentale».
In questo contesto qual è il ruolo dei militari italiani all’estero?
«È importante ricordare che l’Italia ha numerosi contingenti impegnati in missioni internazionali. Non siamo presenti soltanto in Libano, ma anche in Somalia e in Kuwait, tra gli altri teatri operativi. Il contributo dei militari italiani alla stabilizzazione di queste aree è significativo e spesso poco conosciuto dall’opinione pubblica».
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!








Usura ed estorsioni, tre persone in carcere e una ai domiciliari. Sequestrati beni per oltre 700mila euro