«Per contrastare la corruzione è necessario evitare compromissioni tra classe politica e burocrazia»

Vito Ruggieri e Pasquale Malerba
corruzione

Intervista a Vito Ruggieri sul fenomeno – dilagante – della corruzione, che interessa ogni livello politico-amministrativo, da quello locale a quello nazionale, minando irrimediabilmente la salute della cosa pubblica

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Non si fa altro che parlare di corruzione, appalti pilotati, illegalità diffusa e incertezze a tutti i livelli. Questo si legge ogni giorno su tutti i quotidiani e sul web. Tante le analisi, i talk show, i convegni, ma il fenomeno sembra inarrestabile. Ne abbiamo chiesto conto al dottor Vito Ruggieri, terlizzese, ex segretario del Comune di Andria ed esperto in materia giuridico-amministrativa.

Dottor Ruggieri, andando indietro nel tempo, quasi tutti abbiamo sperato che Mani Pulite potesse rappresentare una svolta e forse la fine o l’attenuazione del fenomeno malavitoso della corruzione. Invece… Quali sono, secondo lei, le ragioni della virulenta recrudescenza di questo fenomeno a cui abbiamo assistito in questi anni?

Dopo gli sconvolgimenti politici e istituzionali generati da Mani Pulite molti si illusero che fosse arrivato il tempo di un new deal nel settore pubblico. Invece sono incappati in un clamoroso abbaglio. Dopo una breve parentesi rosea, nell’immensa prateria degli enti locali sono emersi sodalizi e cricche, adusi alla più spregiudicata corruzione.

Quindi, il fenomeno corruttivo ha cambiato faccia, si è adeguato alla nuova realtà ed ha adottato strategie che gli consentono di entrare, direttamente, a far parte della gestone della cosa pubblica. Allora, qual è la differenza dopo Mani Pulite? 

Ciò che diversifica il rapporto corruttivo prima e dopo Tangentopoli è che prima la casta politica contrattava direttamente con il corruttore, adesso vi partecipa anche la casta burocratica.
La nuova azione corruttiva trova un fondamento “genetico” nel nuovo ordinamento degli enti locali. All’epoca della sua introduzione il nuovo impianto ordinamentale sembrò la panacea per il malgoverno e il malaffare degli enti locali. Fu una sorta di rivoluzione copernicana: sancì la netta separazione tra la sfera politica e la sfera burocratica, allo scopo di contrastare la corruzione. Alla sfera politica veniva riservato il potere programmatico e di controllo, mentre a quella burocratica erano attribuite, in via esclusiva e con rilevanza esterna, le competenze gestionali, attuative della programmazione e comprensive della rappresentanza legale dell’Ente. Ad esempio, il rappresentante legale del Comune in materia di contratti e appalti era ed è il competente dirigente. Quasi tutti i Comuni riprogettarono il modello organizzativo, istituendo specifici profili dirigenziali e contribuendo così ad incrementare la spesa e il debito pubblico.

Ma questa rivoluzione, oltre ad aver contribuito ad incrementare la spesa ed il debito pubblico come lei afferma, quali effetti ha sortito?

Purtroppo gli effetti non sono stati positivi in termini di efficienza, efficacia, economicità e soprattutto in termini di legalità. La riprova del fallimento del nuovo ordinamento dei Comuni è costituita dalle varie misure governative sull’anticorruzione, risultate, alla prova dei fatti,  incapaci di combattere il radicamento e la propensione alla corruzione.
L’innovazione del trasferimento dei poteri gestionali alla burocrazia non ha entusiasmato la casta politica che non voleva e non vuole rinunciare ad occuparsi di azioni gestionali, appetibili sotto vari aspetti.
La classe politica ha così eroso il potere burocratico in varie forme. Da una parte commistioni, interferenze, ingerenze formali e informali sono state pratiche abituali per condizionare i burocrati di turno, dall’altra l’arruolamento fiduciario o precario delle risorse dirigenziali hanno inferto il colpo di grazia al principio della separazione delle funzioni. La casta politica è riuscita a rendere servili i dirigenti per poter delinquere a fini personali e/o politici.

Potrebbe farci qualche esempio?

Le gare truccate, per esempio, non sarebbero fattibili senza la servile connivenza burocratica, salvo le rare eccezioni in cui questa riesca ad agire all’insaputa della politica, ovvero che non si lasci coinvolgere. Non può esistere gara artefatta al di fuori di un’associazione a delinquere che coinvolga le due parti ed il corruttore. Del resto la precarietà del rapporto di lavoro del dirigente indebolisce la sua autonomia operativa e lo scoraggia ad intraprendere isolatamente azioni illecite, rischierebbe interventi sanzionatori del sindaco cui compete la sovrintendenza e l’irrogazione di misure disciplinari che possono arrivare fino alla rimozione dei titolari delle posizioni direzionali.

Allora dobbiamo pensare che sono tante le cause alla base di questo annoso problema, vero? 

La genetica della degenerazione corruttiva dunque trova incentivazione in molteplici circostanze, che attraggono gli affaristi:
1)  L’enorme mole di risorse finanziarie proprie e provenienti dai trasferimenti statali ed europei, di cui fruiscono gli enti locali;
2) Il codice degli appalti, prevedente le cosiddette clausole di salvaguardia come il sovradimensionato listino dei prezzi, l’iscrizione all’albo dei costruttori o ad albi speciali, il volume degli affari, il subappalto, l’arbitraria discrezionalità delle commissioni aggiudicatrici, gli affidamenti diretti, le perizie di variante etc, preordinate a favorire le grandi imprese.
3) Il sistema di gestione sostanzialmente privatizzato dei servizi pubblici essenziali e non essenziali;
4) Le esternalizzazioni, le liberalizzazioni, le società partecipate ovvero ‘in house’, cioè a totale capitale pubblico sono modalità gestionali che consentono di eludere i vincoli pubblicistici per conseguire risultati clientelari e truffaldini.

Ma l’autonomia gestionale di cui godono i comuni è un fatto positivo o negativo?

Il federalismo autonomistico, di cui godono i Comuni, ha prodotto l’anarchia gestionale perché sono stati aboliti i controlli esterni, sostituiti da quelli interni inefficaci.
A fronte di azioni e provvedimenti antigiuridici, adottati dagli organi di governo e di gestione, il cittadino e gli stessi consiglieri comunali non dispongono di rimedi per contrastare il malgoverno, il malaffare o la semplice imperizia: rimane solo la denuncia e l’oneroso ricorso al giudice amministrativo. Il deprecabile scenario politico-gestionale dei Comuni è aggravato dall’incertezza e dalla lentezza della giustizia penale e contabile. Tutte circostanze generatrici dell’impunità dei corruttori e dei corrotti.

Allora che fare? C’è una via di uscita?

È tempo di un “new deal” dei diritti e dei doveri, altrimenti le misure governative in materia di anticorruzione non risulteranno efficaci nei fatti. Occorre una controriforma che rifondi le strutture portanti dell’ordinamento degli enti locali. O si ha il coraggio di rendere effettiva la separazione dei poteri tra politica e burocrazia o è meglio che la classe politica sia direttamente ed esclusivamente responsabile non solo della programmazione, ma anche della gestione, così da eliminare inutili finzioni. La separazione dei poteri non sarà efficace ove non si riformino le procedure di reclutamento delle risorse professionali di vertice, in modo da renderle effettivamente indipendenti dalla casta politica. Occorre abolire gli inutili controlli interni ed istituire poteri esterni di intervento, consultivi e repressivi, che siano accessibili a tutta la società civile. A tal fine potrà essere utile rivalutare il ruolo delle Prefetture e delle sezioni di controllo della Corte dei Conti, ora scarsamente utilizzate.
In ogni caso occorre recuperare il senso etimologico della politica, intesa come etica della polis, altrimenti la lotta alla corruzione sarà una pia illusione e dominerà il modello sociale descritto dal filosofo Thomas Hobbes, quello dello stato di natura,  in cui “homo homini lupus”, cioè ogni uomo è lupo per l’altro uomo.

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