Portate in Italia per lavorare finiscono schiave del sesso, 12 gli arresti

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In azione la Guardia di Finanza. Azzerata una cellula criminale italo-romena
Sono 12 le persone raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, nell’ambito dell’operazione “Transilvania”, condotta dalle fiamme gialle della Tenenza di Molfetta contro un gruppo criminale, composto da nove romeni e tre italiani, dedito alla commissione di efferati reati nel territorio di Terlizzi e Bisceglie.
Le indagini, durate circa un anno, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Bari, hanno svelato le attività criminali di un gruppo di persone di nazionalità romena che riducevano e mantenevano in uno stato di soggezione continuativa alcune ragazze romene, costringendole a prostituirsi per strada nel tratto della S.P. 231 – Terlizzi (la ex 98), sfruttando ed agevolando lo svolgimento di queste remunerative attività.
E’ emerso anche che le stesse persone, insieme ad altre indagate, erano inoltre dedite ad attività connesse allo spaccio di sostanze stupefacenti.
Per entrambi i filoni investigativi è risultato di fondamentale importanza il supporto delle intercettazioni telefoniche, il cui contenuto è risultato sovente connotato di particolari agghiaccianti a testimonianza dell’elevata efferatezza degli indagati.
Numerose sono le conversazioni tra le ragazze costrette alla prostituzione ed i loro padroni/sfruttatori che documentano l’assoggettamento totale delle giovani donne, il loro metodico, quotidiano sfruttamento che garantiva loro significativi introiti economici.
Quando parlavano tra loro, gli indagati, si riferivano alle ragazze romene definendole spesso come “bagagli”, manifestando, in tal modo, tutto il loro disprezzo per la dignità personale delle vittime.
Le indagini hanno fatto luce sulla sconcertante vita quotidiana di queste giovanissime ragazze, sfruttate dai loro connazionali, portate in Italia con false promesse di matrimonio e comunque di una vita migliore e poi private dei documenti ed avviate al meretricio sotto il costante controllo dei loro sfruttatori e di altri che con loro collaboravano, con compiti svariati, nell’attività illecita.
Le giovani romene, che non disponevano di documenti, erano costrette a svolgere il meretricio in una evidente condizione di schiavitù. E’ stato appurato che gli arrestati avevano in precedenza acquistato “a tempo” le ragazze dai loro precedenti padroni e le avevano introdotte in Italia con l’inganno, ma con l’obiettivo di farle lavorare per 4-5 mesi come prostitute per ricavare proventi economici da investire per acquisti immobiliari, per poi, dopo averle “spremute” al massimo, permutarle con l’acquisto di altre ragazze “più fresche”.
Gli sfruttatori riscuotevano la quasi totalità dei proventi delle prostitute, imponendo alle giovani donne gli orari di lavoro, le tariffe da richiedere ai clienti e gli incassi giornalieri da conseguire per poter tornare a casa senza essere picchiate, cosa che, in realtà, avveniva invece di sovente.
Sulla strada non erano ammessi ritardi, non erano consentite pause né tantomeno era possibile, per le ragazze romene, abbandonare, anche solo temporaneamente, il luogo di lavoro o perdere troppo tempo con i singoli clienti. Per ogni minima esigenza personale, le giovani dovevano chiedere ed ottenere il permesso dal loro padrone, come ad esempio, per effettuare una semplice ricarica al telefono cellulare.
Erano costanti le minacce finalizzate a tenere le giovani costantemente sotto pressione, nella prospettiva di potenziare la loro produttività lavorativa. Era inammissibile ogni forma di lamentela e, se si rientrava a casa lasciando il lavoro prima del previsto, si veniva accolte con esplicite minacce all’incolumità fisica, stessa cosa se non si guadagnava abbastanza.
Lo spazio di autodeterminazione delle ragazze veniva negato anche quando si trattava, come in un caso, di scelte delicate, come quelle di portare o meno a termine un’eventuale gravidanza.
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