“Non dimentichiamo chi è stato Aldo Moro”

La Redazione
Terlizzi si fa in 4

Il Centro Studi “Aldo Moro” e “Terlizzi si fa in 4” ricordano lo statista Dc.

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Una nota congiunta di Terlizzi si fa in 4 e del Centro Studi Aldo Moro nell’anniversario dell’uccisione dello statista DC.

Il 9 maggio 1978 Aldo Moro, uomo di spicco della Democrazia Cristiana veniva assassinato dalle Brigate Rosse a Roma. Il suo corpo fu ritrovato in via Caetani, nel cofano di una Renault 4 rossa, piegato su se stesso.

Il Centro Studi “Aldo Moro” e “Terlizzi si fa in 4” vogliono ricordare l’uomo, l’italiano, lo statista con un manifesto esposto dinnanzi alla propria sede, in Piazza IV novembre.
Moro è stato uno dei pilastri della “prima Repubblica”; ma la sua lezione fende il tempo e rimane attuale ancora oggi, dopo 35 anni. Nella società odierna tutto è veloce, episodico, relativo, fluido e senza un senso compiuto e definito, proprio come l’acqua che finisce nel terreno: scorre via in pertugi invisibili ed inimmaginabili. Le parole di Aldo Moro sembrano invece essere dei chiodi che fissano al muro una tavola di pietra dal raro valore.

Il “compromesso storico” fu da lui partorito in un contesto economico, sociale, politico di ansia e di terrore: l’antagonismo tra Stati Uniti e Urss; la Germania spaccata come una mela; le dittature in Argentina, Spagna, Romania, Iugoslavia, Grecia, Cile, Uganda, Cambogia – solo per citarne alcune -; il Vietnam e la questione Palestinese; le rivolte operaie, le lotte studentesche, la mafia, il terrorismo. Un contesto di eventi tesi, sempre sul punto di esplodere per una sorta di effetto “domino”; affrontato dallo Stato italiano con quella che l’attore Toni Servillo – impersonificando Giulio Andreotti nel film “Il divo” – definisce la “strategia della sopravvivenza; da altri invece considerata la strategia della tensione”.

Nonostante tutto questo lo statista originario di Maglie guarda oltre e pensa ad un’inedita alleanza di governo in tutto il mondo occidentale: centro e sinistra, insieme. Un’idea coraggiosa e tenace quella di far dialogare mondi diametralmente opposti per affrontare con più forza e completezza di prospettive le nuove sfide della polimorfa Italia degli anni ’70.

Oggi, con le dovute distinzioni, viviamo probabilmente un periodo molto simile, denso di contraddizioni, contrapposizioni, violenza e paura. La paura di non trovar lavoro, di non riuscire a  sopravvivere, di non poter fare un governo forte, di esporsi in pubblico, di fidarsi dell’altro, di investire, di crescere e sperare. E la paura genera contrazione, violenza ed esaspera le differenze, anziché avvicinarle. Non possiamo dimenticare l’esempio di Aldo Moro, il suo coraggio, l’abnegazione nell’inseguire un sogno che lo ha portato alla morte.
Occorre ritrovare l’entusiasmo del dialogo con chi è diverso da noi, con chi la pensa diversamente e crede in maniera differente. Moro aveva compreso che due sguardi diversi sono più ricchi di due uguali, più profondi e pronti per cercare soluzioni, evitare ostacoli, andare più lontano.

È questa dialettica che l’Italia dovrebbe recuperare oggi, per tornare ad essere un paese lungimirante, non affossato nelle pieghe di un presente ingovernabile, ma già proiettato verso il futuro. Non un Paese strozzato dalla foga e dall’egoismo dei suoi attuali timonieri, ma teso ad immaginarsi con tutte le sue forze il Paese del domani, per i propri figli. Un paese diverso, non ostaggio della conservazione, ma innamorato del cambiamento.

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