Brucoli: «Il Laterificio come un’epidemia di colera. Su quell’area si realizzi un grande parco»

Nicolò Marino Ceci
Un momento della presentazione di "Mal'Aria"

Intervista all'autore del pamphlet "Mal'Aria – storie di fango e di mattoni"

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Ieri sera nella galleria “Adsum Artecontemporanea” si è svolta la presentazione del libro “Mal’Aria – storie di fango e di mattoni”, di Renato Brucoli. Sono intervenuti Giovanna De Leo – Presidente “Legambiente”, Franco Dello Russo – Direttore “La Nuova Città” e Ninni Gemmato – Sindaco della città. L’intento dichiarato di Brucoli è stato «voler rendere consapevole la comunità terlizzese della questione Scianatico, dato che l’ambiente non è cosa privata di alcuno, ma piuttosto la nostra casa, da abitare insieme».
L’azienda adesso ha chiuso e gli operai sono in cassa integrazione. Abbiamo intervistato l’autore.

“Mal’aria”: di cosa si tratta?
E’ un pamphlet giornalistico sul saccheggio ambientale della fabbrica terlizzese produttrice di mattoni “ecologici” in settant’anni di attività sul territorio. Uno scotto elevatissimo per una comunità che non ne ha ancora piena consapevolezza, dato che vaga nell’aria un killer silenzioso e invisibile.

Chi è “Fantini Scianatico”?
È l’azienda leader del mattone in Italia. Prende il nome dalla fusione di due dinastie industriali capaci di 176 milioni di fatturato annuo e con numerose filiali in Italia, Albania e Spagna. A ridosso del centro urbano di Terlizzi, la Fantini Scianatico ha prodotto fino al 2010 circa 3 milioni e 200 mila quintali di mattoni l’anno e immesso in atmosfera 18 tonnellate di polveri sottili e non meno di 300 chilogrammi di stirene – vale a dire una quantità enorme di sostanze nocive e tossiche, che hanno causato neoplasie, scompensi cardiocircolatori, malattie allergiche e respiratorie nella popolazione terlizzese. Una sorta di Ilva dalle dimensioni paesane.

Ieri si è svolta a Trani l’udienza preliminare per il rinvio a giudizio del legale rappresentante dell’Azienda e del responsabile del Laterificio Pugliese S.p.A., ormai a diversa denominazione e inattivo. Come andrà a finire, secondo lei?
Finirà con il rinvio a giudizio dei principali rappresentanti del Laterificio Scianatico per danno ambientale. Considerati i tempi pachidermici della giustizia in Italia, il terzo grado di giudizio penale sarà raggiunto fra molti anni, ma l’importante è che sia finita, almeno a livello di opinione pubblica, la favola di una realtà industriale che avrebbe procurato lavoro e benessere a Terlizzi, mentre ha seminato soprattutto malattia e morte.

In che termini è stimabile il danno ambientale alla comunità terlizzese?
Le polveri sottili emesse dalla fabbrica si depositano sul suolo, ma prima vagano nell’aria e vengono inalate dall’uomo, penetrano profondamente nei polmoni e li attaccano a livello alveolare, fino a sviluppare infiammazioni, asma e cancro. Lo stirene e i policlorobifenili, derivanti dalla combustione del polistirolo contenuto nell’impasto di argilla, sono annoverate fra le dodici classi di inquinanti organici più nocivi che si conoscano, insieme ai furani e alle diossine. Le acque reflue del Laterificio, mai scaricate nella rete pubblica, a detta dei denuncianti avrebbero invaso i poderi circostanti fino a inquinarli e a penetrare in falda.

Si può parlare di morti indotte dalle emissioni dell’impianto di laterizi?
L’ing. Giovanni Zapponi (epidemiologo dell’Istituto tumori di Genova) e i dottori Valerio Gennaro ed Emilio Gianicolo (ricercatori del CNR di Lecce), nominati consulenti tecnici d’ufficio da Antonio Savasta – Sostituto procuratore della Repubblica, hanno rilevato che nell’arco temporale 1981-2001 il Laterificio Pugliese ha causato, a Terlizzi, 322 decessi in più della media regionale; per estensione, non meno di 1.000 morti in 70 anni. Come un’epidemia di colera, un sisma di magnitudo 8, una bomba da 2.000 tonnellate di tritolo.

Chi e come potrebbe dimostrare il nesso di causalità fra danno ambientale e Azienda?
Il danno ambientale da polveri sottili, da stirene e da policlorobifenili in Terlizzi è risultato da perizie a cura dei massimi esperti operanti in Italia. Il danno è imputabile al Laterificio Scianatico nella stessa misura per cui i dati epidemiologici e chimico-ambientali riferiti a Statte, sono imputabili all’Ilva. Quali altre realtà, per dimensioni e prossimità territoriale, potrebbero procurare effetti così devastanti?

In tutto questo, quali le responsabilità della classe politica locale?
Tante e gravi, soprattutto di tipo omissivo. L’ex sindaco Amendolagine ha sostenuto fino a un certo punto che le emissioni del Laterificio Scianatico contenessero solo vapore acqueo. Una fantasia tutta sua. L’ex sindaco di Tria ha invece celato temporaneamente i preoccupanti risultati acclarati da Arpa Puglia nel 2004; poi ha intralciato l’attività dell’istituto di rilevazione ambientale regionale e infine ha partorito con l’Azienda la favola della delocalizzazione: un bluff di tipo berlusconiano, che non ha retto neppure una stagione. Si deve, invece, alla professionalità ed efficacia dell’avv. Giovanna de Leo e al coraggio dei dottori Carlo Dello Russo e Giuseppe Volpe, del Circolo Legambiente di Terlizzi, l’acquisizione della consapevolezza odierna.

Con la chiusura dello stabilimento, l’amministrazione di Tria voleva realizzare delle case. Perché non è possibile?
Perché l’area è soggetta al vincolo PAI del 2002, che la classifica ad elevata pericolosità idrogeologica: la zona si allaga in caso di precipitazioni. Per legge è impossibile sviluppare volumetrie abitative.

Cosa potrebbe essere realizzato, secondo lei, su quell’area?
L’area va bonificata – spero con i proventi del risarcimento danni derivante dalla costituzione di parte civile del Comune di Terlizzi. Quindi va modificata l’orografia del territorio. Infine potrebbe essere realizzato un grande parco, agli antipodi di quello posto su via Sovereto. Un luogo ricco di ulivi e di ossigeno, per riconciliare l’atmosfera, il territorio e chi lo abita con ogni forma di vita umana, animale e vegetale.

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