«Lo porterò sempre nel mio cuore»

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Un pensiero di Gioacchino Gesmundo per il fratello Sabino – autore della mostra “Una vita in ricerca”, conclusasi venerdì.
Nella giornata di ieri si è ufficialmente conclusa la rassegna “Una vita in ricerca”, personale di Sabino Gesmundo, pittore terlizzese scomparso il 16 maggio 2011.
Come tanti “grandi” del nostro paese, Gesmundo ha trovato fortuna fuori, nella ricca Milano del boom economico e adesso è finalmente tornato a Terlizzi, grazie a questa splendida mostra antologica voluta e promossa con tenacia dalla sua famiglia.
Qui di seguito un “intimo” pensiero sul pittore, a firma di Gioacchino – fratello di Sabino, qui descritto come amico, complice nei giochi, compagno di vita, uomo e artista.
“Sabino non è stato per me solo un fratello con il quale fare scorribande infantili, ma anche un amico. Da piccolo seguiva costantemente papà nelle sue frequentazioni nelle botteghe artigianali di falegnameria: era la sua ombra. Aveva una particolare predisposizione per quei lavori: era capacissimo di usare i vari arnesi.
Oltre ad aver acquisito queste cognizioni, aveva arricchito e ampliato le sue conoscenze politiche ascoltando i discorsi che papà faceva con i compagni di partito; pur essendo minore di me, aveva una conoscenza degli avvenimenti storici più ampia, più ricca e più precisa della mia.
Completati gli studi, ci siamo trasferiti al Nord, in cerca di miglior fortuna; io ho continuato a fare l’insegnante, lui dopo alcune esperienze da professore, s’iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Milano, diventando allievo prediletto del Maestro Domenico Cantatore e successivamente suo assistente per due anni.
I soldi erano pochi e Sabino continuava a dipingere su tutto quello che gli capitava tra le mani: su cartoni, su pezzi di compensato, su legno e, quando aveva qualche soldino in più, su tela.
Le sue vacanze le ha trascorse sempre e solo in Puglia: a Terlizzi. Negli anni 1970-85 aveva uno studio in via Gorizia n. 6; lì trascorreva i suoi tre mesi di vacanza che coincidevano con la chiusura delle scuole, chiacchierando con papà e i suoi amici, che si fermavano da lui mentre dipingeva. Durante il soggiorno estivo a Terlizzi Sabino trascorreva molto tempo passeggiando per i vicoli del vecchio nucleo, alla ricerca di profumi, ricordi infantili, vecchie tradizioni della sua cara e amata città, nonché dei colori brillanti, lucenti e vivi che trasferiva nei suoi quadri.
Incominciò a stringere amicizia con i vari ceramisti locali (D’Aniello, Saldarelli) e spesso si recava nelle loro fornaci o laboratori a cercare vecchie lucerne, bottiglie dalle forme più strane, brocche, anfore, oggetti vari e vasi in terracotta ai quali si divertiva a dare una patina di colore particolare.
Si documentò sui tragici avvenimenti che avevano portato all’eccidio delle Fosse Ardeatine dove morì nostro zio, il prof. Gioacchino Gesmundo e prese contatti con varie istituzioni, con i dirigenti delle scuole dove aveva insegnato lo zio, anche con l’on. Pietro Ingrao, con il prof. Mario Fiorentini – aiutante dello zio nelle varie azioni di disturbo ai nazifascisti – e con i dirigenti scolastici delle scuole intitolate allo zio: la Scuola Elementare di Roma, la Scuola Media di Terlizzi. Ci suggerì di istituire presso la Scuola Media di Terlizzi una borsa di studio, non grosse cifre, per l’alunno con la migliore votazione e che fosse meno abbiente degli altri, cosa che facemmo e che continuiamo a fare. Il premio viene assegnato ogni anno il 24 marzo.
Volle ordinare tutto il materiale raccolto sullo zio – con l’aiuto dell’amico Renato Brucoli – nel libro pubblicato per il Centenario della nascita dal titolo “Testimonianze”.
Aveva fatto amicizia con lo scultore Pietro De Scisciolo, incaricato dal Comitato Vite Esemplari, costituito nel 2006, di modellare un monumento, “Memoria e Identità”, che ricordasse i due Martiri terlizzesi, il prof. Gioacchino Gesmundo e don Pietro Pappagallo, dei quali le varie Amministrazioni Comunali hanno dimenticato il loro contributo di sangue dato alla Patria per promuovere ideali di libertà e di democrazia.
Spesso era nel laboratorio terlizzese in cui lo scultore De Scisciolo modellava i personaggi. Voleva che la figura dello zio fosse il più possibile aderente alle sue conoscenze. Pur amando tanto lo zio, non volle essere un componente del Comitato Vite Esemplari, volle che fossi io: «Devi essere tu, perché porti il suo stesso nome». Peccato che all’inaugurazione del monumento, il 24 marzo 2011, non fosse a Terlizzi e non abbia potuto vedere il progetto realizzato.
La sua prematura scomparsa non gli ha concesso di essere a Terlizzi nemmeno alla presentazione del libro sui confinati a Ventotene, che tratta di cinque antifascisti terlizzesi deportati nell’isola, fra cui zio Giovanni, al quale Sabino aveva voluto dedicare un suo caro ricordo personale.
Il libro è nato proprio su sua sollecitazione. Gli autori, il prof. Renato Brucoli e l’on. Gero Grassi, nella presentazione hanno ricordato che le linee guida del lavoro sono state appuntate proprio da Sabino su un foglio di quaderno.
È il Sabino che porterò sempre nel mio cuore.
Ciao, Ninillo”
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