La schiavitù vista da Pietro De Scisciolo

Nicolò Marino Ceci

Si è chiusa “Mangianti e mangiati”, la personale dello scultore terlizzese

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Pietro De Scisciolo è un artista noto anche per esser stato l’autore del monumento in onore ai caduti terlizzesi nelle Fosse Ardeatine Don Pietro Pappagallo e il prof. Gioacchino Gesmundo – locato provvisoriamente, si spera – nell’atrio interno della Pinacoteca “Michele De Napoli”.

De Scisciolo è l’autore di una personale dal titolo “Mangianti e mangiati”, che si è chiusa sabato 3 dicembre presso la galleria “Adsum Artecontemporanea”.

L’esposizione ha contato oltre 20 opere ritraenti volti di uomini e teste di pecora. Scendendo, nella bianca galleria interrata, sui due lati – sinistro e destro – erano disposte, una accanto all’altra le teste di uomini e donne, mentre di fronte erano disposte le teste di pecora.

Le teste di persone avevano poco sotto il mento una mensolina con degli oggetti: tazzine di caffè, medicine, pacchi di sigarette e trucchi, mentre i visi erano dilaniati da posate – per lo più forchette e cucchiai – che si insinuavano in guance, fronti e gole, squarciando lembi di pelle, ma lasciando immutate le espressioni del volti stessi.
Quindi, a separare le due file di facce, una fila di teste di pecora, con la paglia in bocca e un numero sotto la gola – il classico numero con cui vengono marchiati gli animali per il loro riconoscimento. Ma tale numero era possibile scorgerlo anche sotto le facce di uomini: il cerchio è chiuso. Lo scultore ha così chiuso il suo “gioco”, mostrando due tesi in apparente antitesi e quindi la sintesi finale, modulata su somiglianze e similarità.

Le pecore vengono mangiate dagli uomini, ma anche gli uomini vengono “mangiati”, avendo dei numeri di riconoscimento anch’essi. Le pecore vivono in greggi, ma anche gli uomini tendono ad appartenere a “greggi”, intesi come gruppi basati su una certa miscellanea di cliché talmente rigidi e definiti che finiscono per imprigionarne i componenti stessi, alienandoli dalla loro magmatica essenza di persone libere e riducendole in schiavitù. Schiavi delle proprie paure, delle proprie ipocondrie, delle proprie abitudini o dei propri pregiudizi: questo stavano probabilmente a significare quegli oggettini sistemati con cura sotto ogni viso. Quindi l’uomo mangia l’animale ma finisce per assomigliargli e quindi anch’esso viene divorato, inconsapevolmente, proprio come la pecora. I numeri assegnati dagli uomini agli animali nei macelli sono gli stessi che gli uomini si attribuiscono quindi l’un l’altro e come in un grande ciclo organico ma perverso l’inizio coincide con la fine e la dialettica si avvita sempre più su se stessa, senza lasciare scampo.

“Siate liberi!”, ammoniva Pietro Matarrese, l’attore – autore della performance d’inaugurazione di questa rassegna. Cosa significa esser liberi? Questo è un tema sul quale tanti noti artisti, filosofi, scrittori si sono interrogati, ma nonostante fiumi di dissertazioni che sembrano esser eterne solo fino alla successiva e più vincente elucubrazione sul tema, una definizione “oggettiva” non è ancora stata trovata.

Forse è proprio questa la libertà: ognuno può offrire la propria versione, senza preclusioni; e il contributo più virtuoso e vincente è quello destinato a lasciare il più possibile il segno nella memoria degli uomini. Gaber diceva non a caso: ”libertà è partecipazione”.

De Scisciolo ha offerto al pubblico terlizzese la propria idea di “schiavitù” e ha raccontato quanto la libertà sia purtroppo una chimera. Fino alla prossima mostra, fino alla prossima elucubrazione.

Per info www.retearte.it.

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