E i giovani terlizzesi?
In cerca di una “nuova” generazione per questo paese.
Come una piccola Pompei che cade a pezzi. Come una terra depredata della sua bellezza. Non c’è più frutta sugli alberi, i fiumi sono prosciugati, i campi arsi dall’incuria. Bambini non ne nascono più.
Terlizzi si trascina con fatica nella seconda decade di questo nuovo secolo.
Forse la generazione che ci ha preceduto non è stata all’altezza della sfida che il mondo le stava generosamente offrendo: l’opulenza degli anni’80 avrebbe potuto essere terreno fertile per seminare e costruire un futuro “nuovo”. Poteva regalar loro la scintilla dell’ardimento, l’entusiasmo frenetico per volere, osare, volare. In una temperie culturale e sociale ricca di stimoli e di curiosità civile.
Molti si son certamente distinti con onore, lavorando con solerzia e senso del dovere. Molti si son messi in gioco, credendo in un futuro colmo di opportunità.
Mentre altri no: come tanti piccoli tarli incoscienti hanno sventrato, eroso, cariato, svuotato le succose fibre di un’intera società che rischia oggi di non avere più le gambe per camminare nel presente e correre verso il futuro. Infaticabili sacerdoti dell’ozio; arrampicatori sociali sensibili al vento; ipocondriaci con il posto fisso travolti da un solo impeto: la libido delendi. Pacchiani commedianti deformi che hanno condannato il “bene comune”, pensando solo a coltivare alacremente il proprio orticello – cito furente il “Candido” di Voltaire.
La zona artigianale evolutasi in zona residenziale; l’autobomba davanti al Palazzo di Città della quale non si parla più. Il Consiglio Comunale sciolto nel ’93 per infiltrazioni mafiose, ma senza mafiosi e macchiato dalla damnatio memoriae. Il magnificente Carro trionfale – simbolo di questa città – dato al rogo dai soliti ignoti. Un’indifferenza spudorata, untuosa e pusillanime pervade quelle piccole porzioni di società che hanno visto e sanno. Nel giugno 1997 non a caso Montanelli scriveva sul Corriere della Sera: “A fare l’Italia alcuni pochi italiani ci sono, senza e contro i piu’, riusciti. A fare gl’italiani, l’Italia, in centocinquant’anni, non c’e’ riuscita; anzi non ci s’e’ nemmeno provata”. Basterebbe sostituire alla parola “Italia”, la parola “Terlizzi”.
Ei giovani terlizzesi? Che sgomento una sparuta minoranza di ragazzi impegnarsi davvero a fronte di una maggioranza amorfa, apatica e anonima, che passeggia senz’anima per la città. Una maggioranza che vive in un cielo di carta costellato di comodità e nel quale si staglia come la via lattea, una noiosa serenità inconsapevole. Non ci si interessa: non si chiede per sapere; ma si chiede solo per ottenere. L’essere che soccombe inesorabilmente all’avere – direbbe Fromm.
Un approssimativo senso del dovere e di comunità li esorta a parlar male della politica cittadina tutto l’anno, per poi – coup de théâtre – stuzzicare la loro attenzione trasversalmente agli schieramenti politici in occasione delle elezioni.
Ci si ingegna quindi per vendere al meglio il proprio voto: si può votare “bene” per un posto di lavoro, per un progetto a termine o addirittura per una ricarica sul cellulare. Ragazzi che si sbranano come iene per le briciole rimaste; giovani vecchi che in tal modo rendono sempre più questo paese il posto ideale dal quale fuggire.
Terlizzi ha bisogno di una nuova generazione che eriga i palazzi di una nuova morale e rinverdisca la città di etica ed umiltà; che riprenda a sognare, a tenere comizi d’amore, a volare oltre le nuvole con grandi ali di rabbia e di speranza. Senza timore di rischiare e di perdere; senza paura del mare aperto per adorare la sfida e lo scontro, le battaglie a viso aperto e in prima linea, il respiro a pieni polmoni. Per inseguire gioiosamente una chimera, senza occhi già sporchi di rassegnazione e cinismo. Per detestare il pragmatismo del tornaconto personale, contro il dogmatismo dei tanti piccoli quotidiani “do ut des” e il qualunquismo finto e omissivo di fronte ai problemi veri e seri di questa città. Per dimenticare una volta per tutte facili ipocrisie, epifanie di arrivismo, opportunità raccomandabili.
Occorrono soprattutto giovani che abbiano una smisurata, schietta e incondizionata voglia di libertà – la stessa per la quale Don Pietro Pappagallo e Gioacchino Gesmundo hanno sacrificato eroicamente la vita e che i padri costituenti hanno sublimato a musa ispiratrice della nostra Democrazia. Possediamo questo bene bellissimo ed immenso – conquistato con tanto sangue e dolore – e noi crediamo di goderlo appieno solo occupandoci delle private cose nostre? Questa non è libertà: è vanità, esclusività, perversione; è spreco di opportunità, giustizia e bellezza.
Gaber diceva:“la libertà non è star sopra un albero/ non è uno spazio libero/ libertà è partecipazione”: la libertà è riempire con la propria presenza lo spazio pubblico; è azione, indagine, curiosità, colori e voci, orecchie e mani rivolte al cuore della propria realtà. Occorre tornare ad esser nella carne viva di questa città, con forza, passione ed abnegazione. E attuare una nuova gloriosa rivoluzione copernicana: anziché porci noi ciecamente al centro di questa comunità, porre questa al centro del nostro io e lavorare per essa.
Dobbiamo lasciarci alle spalle la crisalide della nostra infantile ricerca del “tutto, subito e dovuto” e diventare splendide farfalle, spiccare il volo e diventare uomini, veri uomini. Forse è pazzia, ma “dall’uomo al vero uomo, la strada passa per l’uomo pazzo” – Michel Foucault.
Quante volte ci hanno detto/ “Le speranze dei ragazzi sono fumo”/ sono stanchi di lottare/ E non credono più a niente/ Proprio adesso che la meta è qui vicina/[…] Il passato ed il potere/ Sono trappole mortali/ Che per tanto e tanto tempo han funzionato/ Noi non vogliamo cadere/ non possiamo cadere più giù/ Ma non vedete nel cielo/ ogni giorno diventa più blu?/[…] È la pioggia che va/ E ritorna il sereno”.
(Caterina Caselli, “È la pioggia che va” – 1964)
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