Di Tria: “25 aprile data ingombrante, ma lezione di vita”
Il testo dell’intervento del Sindaco di Terlizzi
Celebrato a Terlizzi il 25 aprile, 65° anniversario della Liberazione. Al corteo per la deposizione di corone di alloro hanno preso parte rappresentanze delle forze politiche e sindacali, della scuola, cittadini. La manifestazione si è conclusa, nella tarda mattinata, in piazza Cavour. Dopo aver deposto la corona di alloro ai martiri terlizzesi alle Fosse Ardeatine, don Pietro Pappagallo e Gioacchino Gesmundo e alle vittime di tutte le guerre, ai piedi del Monumento ai Caduti, il sindaco di Terlizzi Vincenzo di Tria ha tenuto il discorso commemorativo. Ecco il testo integrale del suo intervento.
«Cittadini, il 25 aprile è una data fondamentale nella storia della nostra Nazione, forse la più importante sul calendario civile. Un giorno che, al di là delle polemiche, dovrebbe infondere in ciascuno di noi euforia e felicità per quello che significa per ogni essere umano la parola libertà.
Sì, perché è la parola libertà, la vera protagonista di questa giornata, una libertà costata migliaia di vite umane, una libertà inseguita per i lunghi anni del regime fascista e finalmente conquistata quel 25 aprile del 1945.
Sono passati 65 anni da quel giorno, non sono pochi, ma nemmeno sono così tanti da perdere la memoria di ciò che è stato.
Oggi fa comodo a molti fingersi smemorati, sminuire il significato della liberazione, sminuire e violentare il termine Resistenza, sminuire e violentare il termine partigiano.
Negli scorsi giorni abbiamo ascoltato politici e amministratori pubblici esprimere giudizi sulla liberazione e sulla Resistenza che suscitano sconcerto e indignazione.
E chissà cosa avremo ascoltato ancora alla fine di questa giornata.
C’è ignoranza e arroganza nelle parole offensive contro i movimenti partigiani e la resistenza.
L’ignoranza di chi parla di cose che non conosce.
L’arroganza di credere che, a chi ricopre una carica pubblica, tutto sia consentito.
E, invece, chi ha la responsabilità di guidare una regione, una provincia o anche semplicemente una città, ha il dovere di conoscerne la storia e di rispettarla.
Non si può governare e ignorare che la Repubblica affonda le sue radici nella lotta antifascista, quando uomini e donne di credo politico diverso, di ogni appartenenza sociale, di sensibilità culturali differenti, si unirono nel comune impegno di liberare l’Italia dal fascismo e dalla guerra catastrofica a cui la dittatura l’aveva condotta.
Tra quegli uomini e quelle donne c’erano cattolici, comunisti, socialisti, azionisti, repubblicani, liberali. Uomini e donne dei più diversi ceti sociali e culturali e di diversa fede politica, uomini e donne che fecero fino in fondo la loro parte di combattenti per la libertà.
Non si può ignorare che in calce a quella Costituzione della Repubblica – sì, quella che ci si ostina a cambiare per usi personali e che qualche anno fa fu offensivamente definita sovietica – accanto alle firme di un convinto liberale come Enrico De Nicola e di un cattolico come Alcide De Gasperi c’è la firma di Umberto Terracini, comunista sì, ma fermo oppositore del regime sovietico e voce indignata della sinistra italiana che condannava la deriva stalinista.
Pensiamo poi, noi terlizzesi, a quanto potessero sembrare diversi i nostri due martiri, don Pietro Pappagallo e Gioacchino Gesmundo: un religioso e un comunista. A quanto fossero invece legatissimi non solo dalla terlizzesità, ma soprattutto legati da quell’ anelito di libertà e di giustizia che li portò entrambi alla morte.
Questi uomini e queste donne hanno contribuito a quel moto nazionale di liberazione democratica che non a caso fu chiamato “Secondo Risorgimento”, riscattando così l’onore dell’Italia infangato dal fascismo e dalle sue avventure di aggressione.
Ricordare Boves, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine, il Portico d’Ottavia, la Risiera di San Saba, il Lager di Fossoli, non significa essere nostalgici.
Quei luoghi e quei nomi sono lì a testimoniare il pesante contributo di dolore e sofferenza con cui questo nostro Paese ha riconquistato la sua libertà.
Una storia che appartiene all’Italia e agli italiani.
Una storia che gli italiani che oggi contano e governano dovrebbero avere la sensibilità di conoscere, ma soprattutto di rispettare, perché lì c’è l’identità democratica e civile dell’Italia di oggi.
E dunque, in questo 25 aprile si renda onore a chi per la libertà ha pagato con la vita, a chi per la libertà si è battuto, a chi la libertà ha conquistato per ciascuno di noi.
Anche per quelli che oggi parlano di Padania e di libertà dei popoli del nord, di autodeterminazione, per quelli che definiscono inutile l’unità d’Italia e farebbero volentieri a meno degli insegnanti meridionali, degli operai, dei ferrovieri, dei medici del sud, di tutti quelli che permettono, anche a loro, di progredire, di crescere, di guadagnare giorno dopo giorno credibilità e civiltà.
Il 25 aprile dovrebbe infondere euforia e felicità, ma mi sento di dire che tutt’altro avviene in questi giorni.
Quella che vediamo emergere è un’Italia sofferente, piegata su sé stessa da una profonda crisi economica, che spesso le tivù ignorano e nascondono. Un’Italia sofferente ma anche progressivamente svuotata da quelle garanzie e da quelle tutele che la nostra Nazione, finalmente democratica dopo gli anni bui della dittatura, ha saputo anno dopo anno creare per far crescere i suoi cittadini, farli riscattare ed affermare a prescindere dalla provenienza sociale, culturale e religiosa.
Stanno progressivamente cadendo delle certezze: la certezza di uno stato unico e indivisibile, uno Stato solidale e delle pari opportunità tra nord e sud; la certezza di un lavoro che non sia solo precario e sottopagato, ma che sia occasione di integrazione e di crescita sana nel corpo della società moderna; la certezza di una scuola pubblica efficiente e garanzia di equilibrio sociale, luogo della formazione e della crescita civile e non luogo della disparità e della discriminazione; la certezza di beni e servizi pubblici, inalienabili perché diritti inviolabili dell’umanità intera, come l’acqua, che il governo vorrebbe privatizzare – un bene primario che non si può ridurre a merce perché bene pubblico, come l’aria che respiriamo.
Dopo aver trascorso questo 25 aprile, mio auguro serenamente per tutti voi, ripensiamo tutti a quanto sono costate queste conquiste che oggi stiamo svendendo.
Pensiamo a quanto è costato il benessere di cui godiamo oggi. Un benessere raggiunto grazie alle conquiste del dopoguerra, grazie alle garanzie della nostra Costituzione, grazie ai principi di libertà, fraternità ed uguaglianza.
È una data ingombrante il 25 aprile, ci racconta la storia recente, ci dà lezioni di vita, ci riporta verità scomode.
Per questo non può assumere il valore di una ricorrenza meramente formale, ma deve costituire il punto di partenza per una riscossa delle forze sane del Paese.
Per costruire un’Italia più civile, più unita, più democratica.
L’Italia sognata da chi ha lottato per la Liberazione.
Viva la libertà, viva la Repubblica, viva l’Italia».
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