“Gioele” racconta ai bambini la sua “fuga per ritornare”
Il racconto delle leggi razziali ai bambini di oggi da un bambino di ieri
Quella che Giulio Levi, Iohel in ebraico, ha raccontato ai bambini terlizzesi la scorsa settimana non è una favola, anche se sembra tale.
E’ il racconto di un pezzo di vita destinato a rimanere nella mente di un uomo che nel 1940 aveva 3 anni e che nulla comprendeva di quello che gli accadeva intorno; il racconto ai bambini di oggi del passato vissuto da un bambino di ieri, colpevole sin dalla nascita di avere origine ebraica.
Una testimonianza che Levi ha raccolto nel libro "1940-1945: Giole, fuga per tornare" perchè anche i bambini abbiano conoscenza di quel recente passato che ha mietuto così tante vittime.
Intere classi elementari erano presenti martedì, presso la biblioteca comunale, ad ascoltare vera la storia di Giulio Levi (Gioele nel racconto).
Quella storia che Levi ha deciso di raccontare «per il desiderio di lasciare una storia ai figli e ai nipoti; perchè si tratta di una storia che vale la pena raccontare».
Ad introdurre lo scrittore e medico toscano è stato l’assessore Paparella il quale ha sottolineato che «l’incontro con Levi si svolge in giorni importanti per Terlizzi e per l’Italia», facendo riferimento alle figure di Gesmundo e Don Pappagallo, due personaggi opposti ma morti entrambi per gli stessi ideali di libertà, ricordati poche settimane fa e alla imminente celebrazione del 25 aprile, anniversario della liberazione italiana dalle truppe nazifasciste.
Il racconto della guerra, delle leggi razziali, dei campi di sterminio non può solo affidarsi però al ricordo di un bambino.
Ben lo ha compreso Giulio Levi, il quale ha sentito l’esigenza di documentarsi, di recuperare ogni traccia della vita sua e della sua famiglia negli anni 1940 -1945. Tracce che non sono mai scomparse, ma che sono rimaste impresse indelebili nelle lettere che Giulio scriveva alla sua mamma nel periodo del distacco e nella documentazione dell’archivio federale svizzero relativa alla permanenza della famiglia Levi in Svizzera in condizione di profughi.
Un passato raccontato con lucidità, con semplicità, anche rispondendo alle numerosissime domande formulate dai bambini incuriositi dai particolari della vita quotidiana e dal «perchè i tedeschi ce l’avessero proprio con gli ebrei».
Una riflessione, in conclusione, da parte del sindaco di Tria il quale ha ricordato che: «le leggi razziali sono state leggi dello Stato italiano. Il documento sulla razza è stato firmato dai maggiori studiosi del tempo. Il libro di Levi in alcune parti stimola il sorriso, ma bisogna tenere ben presenti i numeri riportati sull’ultima pagina: il quel momento sono state bruciate nei forni crematori e nelle camere a gas 6 milioni di persone, tra cui un milione e mezzo di bambini».
Un riferimento anche alla politica attuale, marcando una affinità tra le leggi razziali di epoca fascista e alcune leggi attuali «Recentemente una legge dello Stato italiano ha impedito ad alcuni bambini di curarsi negli ospedali, di essere iscritti a delle scuole perchè figli di immigrati non regolari».
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