Amore di allievo, ricordando il maestro Antonio Gisonda
Un passo tratto dal libro Viva la Banda scritto dal prof. Grassi
In questi giorni stiamo ormai salutando il 2009 – che finisce inesorabilmente – per accogliere il nuovo anno.
Nell’attesa che quest’anno termini e nel tracciare un ancora provvisorio bilancio di questi dodici intensi mesi non si può certo non menzionare il 50° compleanno del Complesso Bandistico Giovanile “Antonio Gisonda” – cui la redazione di “Terlizzilive” porge gli auguri più sentiti – come anche la figura epica del M° Antonio Gisonda, ardimentoso fondatore di questa bella realtà terlizzese.
Qui di seguito abbiamo dunque voluto rendere al grande Maestro un ultimo, umile omaggio usando le emozionate ed emozionanti parole con cui lo ha ricordato Paolo Scagliola – allievo del M° Gisonda – nel passo “Amore di allievo”, tratto dal libro “Viva la Banda” a cura del prof. Giuseppe Grassi.
“Le lezioni di musica si svolgevano principalmente di pomeriggio dalle 16 alle 19. L’ordine di arrivo era fondamentale: alle 15,30 nel vicolo di “San Rocco”. In perfetto orario, 16 in punto, il Professore arrivava a bordo del suo “pulmino panoramico Fiat, 6 posti, di colore rosso”. Mi ha sempre meravigliato la millimetrica precisione con la quale egli effettuava, con una sola sterzata, la curva di Vico Foscolo.
Tuttora, anche con auto decisamente più piccole, è difficoltoso effettuare la svolta senza fare almeno un paio di manovre.
Parcheggiato il pulmino, sempre nella medesima posizione e distanza dal muro, ecco che il più grande di noi gli apriva la porta della scuola. Il Maestro entrava e tutti noi lo seguivamo.
Finché alla scuola pubblica c’erano i turni pomeridiani, il Professore ci faceva lezione di mattina, dalle 9 alle 12, assicurandoci una certa continuità nello studio dello strumento. La lezione mattutina era caratterizzata da un tradizionale avvenimento: la consumazione “du pezzarìdde”. Alle 10,30 in punto mandava uno di noi al “forno dei santi Medici”, distante non più di 100metri dalla scuola, a comprare “le pezzarìdde” , il cui numero variava a seconda di quello degli alunni presenti, comunque di solito due.
Interrompeva la lezione, e tagliava a pezzi il “pizzarello”, con un rito vero e proprio. Questo gesto di condivisione, alla pari di altri, richiamava fortemente l’ambiente familiare. In più di un occasione, il caro Maestro sottolineava che i suoi alunni, la musica e la banda costituivano la sua famiglia […]
A scuola, durante la lezione, non era permesso parlare tra noi, perché dovevamo seguire con attenzione la lezione del compagno di turno. “s’impara molto meglio ascoltando gli altri e prestando attenzione alle mie correzioni” ripeteva spesso il Maestro Antonio. Terminata la lezione individuale si tornava al proprio posto e vi si restava fino alle ore 18 per la recitazione della preghiera corale.[…] era vietato a chiunque interrompere la preghiera per cui chi arrivava in quel momento doveva attendere la fine, fuori la porta. Terminava così il primo turno. Si avvicendavano poi i più grandi per il consueto concertino serale.
Bisognava aver raggiunto un buon livello tecnico per potervi prender parte. Era motivo di grande orgoglio per noi quando egli ci comunicava di poterne fare parte. Si sperimentava allora la “musica di gruppo”, e questo rappresentava l’anticamera della Banda.
S’imparava anche l’educazione alla nostra scuola di musica. Il Professore insegnava il corretto uso del Voi. Nessuno, anche se grande, poteva rivolgersi a lui dando del tu. Si entrava a scuola dicendo Buongiorno o Buonasera[…] ci si sedeva sui banchi di legno disposti di fronte alla sua scrivania, ma i posti non erano preordinati.
Alla destra del Professore c’era la sedia per il “più meritevole o presunto tale”. Sedia, che doveva comunque essere immediatamente libera all’arrivo del Capobanda o altra persona estranea alla scuola.
In questo caso, il più grande dei presenti “dava l’attenti” sia in occasione di genitori in visita o di vecchi bandisti, sia all’arrivo di persone anziane. […] L’approccio alla musica e al suono dello strumento non poteva prescindere da un corretto ed educato comportamento.
Il nostro Maestro è riuscito a disciplinare anche i più recalcitranti, né mai ha permesso di rivolgersi in maniera scortese. È stato, prima che insegnante, esigente e rigoroso, un maestro di vita.
Riponeva altresì molta attenzione alla pulizia. A qualcuno è accaduto che gli ha tagliato le unghie perché potesse facilmente chiudere bene le chiavette del clarinetto. E ancora, durante la lezione non ha esitato a tirar fuori il suo fazzoletto per soffiare il naso o asciugare la saliva che fuoriusciva dai bordi delle labbra dell’allievo che suonava.
In qualche occasione ha anche ricucito toppe e rimesso bottoni, come una madre al proprio figliolo.
Il sabato mattina era riservato alla pulizia della scuola. Tutti gli allievi del corso erano presenti. Ci insegnava a spazzare, a lavare e a spolverare. Era u n rito strizzare lo straccio per pavimenti e mobili.[…] ovviamente durante questa operazione si scherzava e rideva.
Tra una lezione e l’altra c’insegnava pure la Storia attraverso racconti di guerra, povertà, di fame. Aveva una memoria storica impeccabile e raccontava gli avvenimenti del passato con passione e dovizia di particolari tanto da lasciarci a bocca aperta.
[…] Le prove con la banda, che noi chiamavamo “concerti”, si svolgevano sempre nella scuola di Vico Foscolo, un locale di circa venti metri quadri. Sembrerà inconcepibile, ma noi riuscivamo a sistemarci in circa 50. Eppure noi rimanevamo nella stessa posizione per oltre due ore. Ma credetemi, per i piccoli, quello era il momento più atteso e più bello perché erano “gomito a gomito” coi più grandi, coi più bravi. E tutti ci si sentiva protetti, accomunati nella stessa famiglia dalla medesima passione!
Concludo che a scuola di musica non era permesso portare i capelli lunghi e spettinati. La divisa doveva essere perfetta, le scarpe classiche e rigorosamente nere, gli occhiali da sole mai estrosi. E il giorno dell’uscita della banda, il Professore passava in rassegna tutti, sistemando cravatte, berretti e giacche. Seguivano le ultime raccomandazioni, in particolare in occasione delle festività religiose, la preghiera corale e l’incolonnamento per marciare suonando. A questo punto, Michele Lonardelli – il Capobanda, faceva sentire il suo “st” (era una locuzione latina ”Silentium tene”, cioè “mantieni il silenzio”, quindi abbreviata con le due consonanti del monito) e l’ordine di marcia: Unò, Duè. E la banda marciava, suonando”.
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