Il Mediterraneo declinato in colori, suoni e poesie nella galleria “Adsum”

Nicolò Marino Ceci

Grande partecipazione dei terlizzesi all’inaugurazione di “Incidenti Mediterranei”

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“I futuri analfabeti non saranno coloro che non sanno scrivere ma coloro che non sanno vedere, perché l’immagine sarà tutto”.

“La Murgia non rappresenta quello che abbiamo fatto alla Murgia, ma rappresenta ciò che siamo diventati. La Murgia è inquinata perché noi siamo inquinati; quindi ci basterebbe andare sulla Murgia – anche un attimo – per capire forse un po’ di più cosa stiamo diventando noi”.

Potrebbero bastare queste due pennellate – una lapidaria constatazione del filosofo Walter Benjamin e un frammento tratto dallo spettacolo “Murgia” di Michele Santeramo – a di senso l’inaugurazione della mostra “Incidenti Mediterranei”, svoltasi sabato scorso nella galleria “Adsum Artecontemporanea”.

Un vernissage che è stato lo specchio fedele della rassegna fotografica stessa, con l’esibizione degli attori Michele Santeramo e Cinzia Calzini e dei musicisti Nabil Salameh – voce dei “Radiodervish” – e Walter Bagnato – fisarmonica degli “A3”, che hanno recitato e musicato alcune vibranti liriche della Tunisia e della Spagna.

Per cercare di leggere e comprendere al meglio lo spirito della rassegna e lo spirito stesso della Mediterraneità – che emerge con forza dagli scatti di Maria Pansini – abbiamo ascoltato i quattro artisti a riguardo, ponendo le stesse domande, ma ricevendo risposte tutte diverse e suggestive.

Se lei dovesse rappresentare la Mediterraneità in una sola fotografia, come la immaginerebbe?
[Nabil Salameh] Come un battello colmo di sogni e di speranze ma soprattutto di sognatori, che punta da un’estremità all’altra del Mar Mediterraneo: teatro millenario di storia, di scontri tra civiltà e di incontri di letterature e umanità. Immagino uno di quei barconi carico di quei sognatori che spesso vengono illusi: credono di andare verso il sogno mentre invece vengono riportati con l’inganno nella loro stessa terra da dove erano partiti.
[Cinzia Calzini] Immaginerei uno scorcio di mare o anche certi paesaggi fatti di ulivi che mi ricordano tanto il Sud Italia e l’Andalusia. Penso ad un mare sconfinato e a paesaggi con colori che vanno dalla terra rossa al blu del mare, al bianco delle case: tutti colori molti intensi.
[Walter Bagnato] Penso al volto della gente comune, soprattutto la gente che lavora con fatica la campagna: cercherei di ritrarre allo stesso tempo la solarità e malinconia disegnate sui visi di quelle persone.
[Michele Santeramo] Penso ad un porto, in quanto credo che il concetto di Mediterraneità sia indissolubilmente legato al concetto di frontiera: il porto è infatti il simbolo più visibile e tangibile di una frontiera, dato che è il luogo dove allo stesso tempo si giunge e da dove si parte. Esso può quindi diventare una frontiera aperta o un rigido spartiacque: non è tanto una questione ‘fisica’, quanto più una nostra condizione mentale. In questo modo più riusciamo a tenere aperta questa frontiera, più faremo il bene della Mediterraneità, mentre più la chiudiamo, più ci allontaniamo dallo spirito che le è proprio. Storicamente siamo sempre stati una frontiera aperta.

Un odore, un sapore e un colore della Mediterraneità.
[Nabil Salameh] Un colore? Il rosso della terra, della passione, dell’energia propulsiva; come sapore penso subito al forte sapore del timo e come odore – essendo molto legato al mare – immagino l’odore dei pescatori; l’odore del mare, della salsedine, della ruggine, delle barche vecchie e abbandonate. Questo è l’odore che mi fa sognare.
[Cinzia Calzini] Un sapore agrodolce, come quello delle arance e delle olive; come colore amo il bianco dei muri e il dorato dei raggi del sole che battono su di essi e che fanno splendere i paesaggi nella loro totalità. Infine penso all’odore ..del mare, l’odore intenso del pesce appena pescato e il rumore delle onde sulla battigia.
[Walter Bagnato] Mi piace il rosso perché è il colore del fuoco, della passione, dell’alba e del tramonto – contemporaneamente il colore della fine e dell’inizio di un giorno, di un viaggio, di un’esperienza. Un odore? Quello della campagna in fiore; e infine penso al sapore di un buon bicchiere di vino rosso
[Michele Santeramo] Credo che nella scala dei colori dovrebbe esserci lo spazio per il “giallo Murgia”: il giallo della Murgia d’estate, dei campi di grano; più che un sapore penso alla sensazione della bocca secca e asciutta quando si è sudato molto, prima di bere l’acqua. L’odore potrebbe essere quello del timo selvatico.

 

Photogallerya cura di Maria Pansini

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