“27 Gennaio: vuoto di memoria”.

Nicolò Marino Ceci

O vuoto di intelligenza? Abbiamo ascoltato Anna Zeligowski, figlia di sopravvissuti alla shoah.

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“27 gennaio vuoto di memoria” è la scritta che campeggia da alcuni giorni su un muro della periferia coratina. Un monumento al revisionismo becero e dannoso per un’intera comunità, che umilia chi nei campi di concentramento c’è stato e ha perso la vita.
Abbiamo intervistato Anna Zeligowski – figlia di Irena ed Henryk Zeligowski, due anziani ebrei polacchi, che dopo aver trascorso alcuni anni nei ghetti di Kalisz e di Varsavia hanno deciso di raccontare tutto nel libro “fuga dalla paura”.
Presentando il libro in tante città italiane – dalle grandi Roma, Napoli, Milano, Bergamo fino alle più piccole Corato, Ruvo, Terlizzi – Anna Zeligowski si è candidata ad essere una risorsa preziosa e indispensabile per la nostra comunità, in quanto portavoce di testimonianze uniche dal grande valore storico e umano.

“27 gennaio vuoto di memoria”: come nasce un vuoto di memoria così?
Il murales non è molto chiaro nel messaggio che vuole dare. In ogni caso non si può pensare di poter abolire la Giornata della Memoria.

Shoah e giovani: quanto pericoloso può essere questo binomio?
Eugenio Scalfari nell’editoriale “riflusso nel privato” su “l’Espresso” di questa settimana ha scritto:”c’è una passività studentesca di fronte alla realtà sociale che ci circonda [che si traduce] in un riflusso da impegni civili, dalla solidarietà, da una visione politica del bene comune. […] Declinano gli stimoli collettivi, si diffonde la percezione d’una solitudine sociale ed esistenziale”.

Non penso che i ‘giovani di oggi’ siano così disinteressati: è fisiologico che coloro che si interessano costituiscono una minor parte del totale; mentre appunto la maggior parte risulta probabilmente indifferente o semplicemente disinteressata.

Perché il dovere di ricordare?
Bisogna ricordare ogni evento drammatico e terribile accaduto nella storia e la shoah a maggior ragione perché è stato un episodio unico nella storia di violenza organizzata non per far guerre o battaglie, ma per colpire e decimare un popolo a tutti i livelli, seguendo un inquietante programma di sterminio preciso a monte.

In Gran Bretagna il vescovo Williamson ha messo in discussione l’olocausto; in Italia il prete Abrahamowicz ha dichiarato che le camere a gas servivano per disinfettare e che i sei milioni di ebrei uccisi sono una cifra detta a casaccio dal capo della comunità ebraica tedesca agli eroi anglo americani subito dopo la liberazione. Cosa dicono i suoi genitori di queste inquietanti manifestazioni di folle revisionismo storico?
Si disturbano profondamente. Non ci sono parole per replicare dato che è assurdo negare l’esistenza di ciò che purtroppo è accaduto. Loro sono quindi convinti che bisogna sempre raccontare per non dimenticare e per evitare interpretazioni storiche di fantasia e infondate. Solo così possiamo lasciare qualcosa alle giovani generazioni.

Quando tra cinquant’anni scompariranno tutti i sopravvissuti alla mattanza nazifascista, chi dovrà essere il primo ‘tutore’ della Memoria?
Purtroppo i sopravvissuti sono ormai molto anziani. I loro figli – come me – stanno sentendo naturalmente il desiderio di trasmettere quanto hanno appreso agli altri. Questo oltre ad essere molto bello comporta già una grande responsabilità.

Potrebbe essere questo l’inizio di una nuova ‘democrazia’ della memoria, nel senso che ciascuno di noi potrebbe considerarsi un testimone ‘diretto’ – sacerdote della memoria da trasmettere ai nostri figli e nipoti?
Più che di democrazia preferirei parlare di condivisione della memoria, raccontando, leggendo, condividendo storie familiari comuni. Raccontando la mia storia familiare, io rendo partecipi gli altri ed entriamo così tutti a far parte di un’unica grande famiglia. La condivisione nel nome di comuni emozioni e sentimenti può battere ogni pregiudizio e barriera e renderci tutti uguali.

Un altro murales recitava:” 27 gennaio, ieri piangevano, oggi massacrano”. Cosa sta succedendo nella striscia di Gaza?
E’ difficile parlare di una questione così complessa per la quale sono stati scritti centinaia di libri.
Questa scritta dimostra comunque una grande confusione con l’attuale politica israeliana: le vittime massacrate durante la seconda guerra mondiale non sono colpevoli di ciò che succede ora in Israele. Da questo murales emerge solo confusione, dato che si vuole dare ingiustamente la colpa ad un’intera etnia: questo è antisemitismo.

Crede che questi murales siano gli ennesimi frutti di un clima di intolleranza in preoccupante ascesa? Lo stesso che porta a incendiare un barbone che dorme su una panchina; che porta a discriminare l’extracomunitario, il clandestino, l’omosessuale o semplicemente chi la pensa diversamente da se.
L’antisemitismo c’è sempre stato, come l’odio e l’intolleranza. Ciclicamente riemergono con dimensioni preoccupanti, ma bisognerebbe capire anche se sono gli episodi che aumentano o se è cresciuta l’attenzione e la risonanza rivolta nei loro confronti dai media. Mi rendo conto però che questo è un brutto periodo e che quando si ha paura tornano ed essere visibili strane ‘ombre’.

Di chi è secondo lei la responsabilità di tutto questo: della scuola che non insegna, della famiglia che non educa, del contesto sociale che non forma adeguatamente?
La colpa è di tutti noi. Forse non facciamo abbastanza. Bisognerebbe iniziare prima a casa, in famiglia e parlarne dappertutto: in tv, nelle scuole, alla radio, per strada. Anche il contesto sociale in cui si vive conta molto nella formazione di ciascuno.

Anche perché bisogna ricordare che nei forni crematori nazisti sono finiti anche zingari, rom, omosessuali, oppositori politici del Regime, diversamente abili: quindi il messaggio da lanciare riguarda davvero tutti e tutti i presunti ‘diversi’.
Occorre educare alla non violenza e ribadire un messaggio universale di uguaglianza. Non esistono razze umane ma un solo genere umano.

“Nel ghetto succedevano cose strane che ignoravamo ma che avevamo paura di sapere. […] Ho passato la notte in dormiveglia, in allerta continua. Eravamo stanchi, affamati e raffreddati ma felici di aver evitato la morte. Avevamo avuto la fortuna di restare vivi dopo 5 anni di paura. Sono sopravvissuta contro ogni logica. Ho combattuto per sopravvivere e raccontare.”
(“Fuga dalla paura” – I., H. Zeligowski)

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