Nuovo restauro per i terlizzesi Annamaria e Giuseppe Chiapparino

Restaurata la scultura linea Tobiolo e l’Angelo, appartenente alla Confraternita di S. Ignazio
I due restauratori terlizzesi Annamaria e Giuseppe Chiapparino, recentemente all’opera per il restauro aperto di 20 tele del De Napoli conclusosi in Biblioteca Comunale, hanno finora contribuito a riportare all’antico splendore preziose opere artistiche, quali il ciclo di importanti affreschi risalenti al ‘600 ad opere di un autore ignoto, rinvenuti nel chiostro di S. Maria La Nova in quello che era il convento dei frati minori osservanti, dove in 7 lunette veniva riproposto il tema del Vecchio Testamento relativo alla storia di Giuseppe, il figlio di Giacobbe venduto dai fratelli, intervallati da alcuni ritratti di frati, tra cui Beato Antonio Scaraggi da Bitonto, interventi anche nel Santuario di Sovereto e hanno recentemente restaurato la statua dell’Ecce Homo, presentata alla cittadinanza in occasione della Via Crucis del Venerdì Santo.
Adesso hanno completato un attento lavoro di restauro su una scultura lignea dell’800 di Volpe appartenente alla Chiesa di S. Ignazio, Tobiolo e l’angelo.
Si tratta di un gruppo scultoreo, opera dello scultore terlizzese Giuseppe Volpe (la firma dell’autore è presente sulla marmorizzazione della base), commissionata nel 1828 dal nobile terlizzese don Giovanni Marinelli e destinata dallo stesso al terzo altare laterale sinistro della Chiesa-Confraternita di S. Ignazio.
Come si nota dalle foto allegate lo stato di conservazione della scultura era pessimo ed è stato necessario un lungo e laborioso restauro che ha restituito splendore al manufatto artistico.
Il soggetto, più volte ripreso da vari artisti, come ad esempio nel dipinto omonimo del celebre pittore pugliese Corrado Giaquinto, conservato a Molfetta, è relativo all’evento biblico, tra i più antichi, delle vicende del giovane figlio di Tobia e del suo Angelo custode, Raffaele in persona.
Siamo a Ninive al tempo di Salmanassar (726-722) e di Sorgaan II (721-705) e Tobia è un deportato ebreo molto pio che vive in questa città con la moglie Anna e appunto con il figlio Tobiolo. Giunto in età avanzata, Tobia è vittima di uno strano incidente: mentre riposa all’aperto gli escrementi di un passero gli cadono negli occhi causandogli un’infezione che lo rende cieco. Sentendosi vicino alla morte, incarica il figlio di recarsi nella regione della Media per riscuotere del denaro che gli era dovuto. La storia racconta che, a questo punto, senza svelare la propria identità, l’Arcangelo Raffaele si presenta alla porta di Tobia offrendosi di accompagnare Tobiolo nel suo viaggio.
Dopo aver ricevuto la benedizione di Tobia, e malgrado le proteste di Anna, timorosa di far partire il ragazzo con uno sconosciuto, i due si mettono in cammino accompagnati dal cagnolino del giovane. Durante una sosta sulle rive del Tigri, Tobiolo decide di bagnarsi, ma improvvisamente un pesce enorme sbuca fuori dall’acqua e minaccia di divorarlo. Raffaele incita Tobiolo a non avere paura, ma anzi lo aiuta, con i suoi consigli, a pescarlo e gli raccomanda di conservarne il cuore, il fiele e il fegato. Giunti a destinazione, Tobiolo ritira il denaro e Raffaele suggerisce di fare una sosta presso la casa di un parente del ragazzo, la cui figlia, Sara, avrebbe potuto essere una sposa ideale per lui.
Arrivati a casa di Sara, anch’essa ebrea figlia di esuli, Tobiolo viene a sapere che questa è posseduta dal demone Asmodeo, che ha già divorato i suoi precedenti sette mariti durante la prima notte di nozze. Consigliato dal suo compagno, Tobiolo, malgrado la grande paura, sposa ugualmente Sara e, seguendo le indicazioni di Raffaele, una volta solo con la sposa nella stanza nuziale, brucia in un incensiere il cuore e il fegato del pesce pescato durante il viaggio creando un fetore talmente insopportabile che Asmodeo è costretto a fuggire nelle regioni dell’Alto Egitto, dove viene incatenato mani e piedi dall’Angelo Raffaele stesso.
Messisi in cammino con Sara, i viaggiatori raggiungono la casa di Tobia dove Raffaele ordina a Tobiolo di spalmare il fiele del pesce sugli occhi del padre e in tal modo ne rende possibile il riacquisto della vista.
Davanti a tanti strani fatti Tobia chiede a Raffaele di svelarsi e gli domanda come avrebbe potuto ricompensarlo. A ciò egli risponde: "Sono Raffaele, uno dei sette Angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della maestà del Signore. Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Io ritorno a Colui che mi ha mandato." (Tobia 12,15).
Proprio da questo episodio deriva la quasi totalità dell’iconografia europea sia dell’Angelo Raffaele sia, a partire dal XVI secolo, dell’Angelo custode. A seguito del suo ruolo di guida di Tobiolo, nel Medioevo Raffaele è stato nominato "patrono dei viaggi" e "protettore degli adolescenti che lasciavano per la prima volta la loro abitazione". Il Réau (1955-1958) riporta che a Firenze i figli dei ricchi mercanti, prima di partire, si facevano ritrarre su tavolette propiziatore nelle vesti di Tobiolo tenuto per mano dall’Angelo.
I pittori che hanno rappresentato Raffaele – tra cui Pollaiolo, Ghirlandaio, Tiziano Rembrandt, Guercino – lo hanno dipinto vestito da pellegrino, con il bordone, la borraccia e il tascapane, sempre accanto a Tobiolo il quale reca spesso in mano il pesce pescato nel fiume Tigri.
Tra i vari ruoli attribuiti a Raffaele vi è anche quello suggestivo di "Angelo dell’Apocalisse". Egli è il capo dell’ordine angelico delle Virtù, il guardiano dell’albero della vita nel giardino dell’Eden e il protettore del primo giorno della settimana.
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