Ancora una favola dal forte significato: Azur e Asmar
Si conclude così la rassegna di cinema per ragazzi, La città Incantata.
Si conclude con un ultima pellicola del regista Michel Ocelot, già apprezzatissimo per il successo delle avventure di Kirikù, Azur e Asmar, la rassegna di cinema per ragazzi La città incantata. Appuntamento il 27 agosto, sempre nel Chiostro dell’ex Seminario, in Largo Pappagallo, alle ore 20,30.
Ne abbiamo seguito la prosecuzione pellicola dopo pellicola, a presentare una rassegna che ha portato cinema di qualità anche ai più piccoli, spesso distratti e bombardati da un’offerta mediatica tesa al marketing e non più alla qualità dei programmi.
Sembra un discorso retorico, ma anche molti ventenni di oggi non si risparmiano dal ricordare, con nostalgia quasi generazionale, le differenze tra l’offerta animata della propria infanzia, con quella dei giorni d’oggi, lì dove c’era un’intera fetta di palinsesti dedicati a veri e propri programmi, quasi di “varietà”, dedicati ai bambini, a fare da contorno a due ore e più di cartoni animati ricchi di trame e storie, toccando qualsiasi tema e senza mai essere “vuoti” di contenuti, come spesso oggi si lamenta l’“offerta” televisiva, anche su quei piccoli canali locali che hanno intrattenuto un’intera generazione con i cartoni giapponesi, dall’intrattenimento all’azione.
Solo negli ultimi anni, al cinema, anche i cartoni animati hanno perso la destinazione essenzialmente infantile, anche per via anche della perdita del potere quasi monopolistico della classica pellicola di natale di Walt Disney e la rinnovata attenzione per i cartoni animati esteri e giapponesi, per l’appunto (un film animato su tutti, degno di essere accostato ai migliori film sulla seconda guerra mondiale, ma toccante e commovente per aver affidato questo sguardo ad un bambino che vede la guerra attraverso i propri occhi innocenti, Una tomba per le lucciole, di Isao Takahata, collega dell’altro maestro dell’anime giapponese, Miyazaki).
La pellicola di Ocelot presenta la storia di un’amicizia, sempre volgendo lo sguardo ad oriente.
Azur ha gli occhi azzurri, Asmar ce li ha neri come la notte. Il primo è figlio di un nobile gelido, il secondo di un’amorevole balia, che cresce i pargoli come fratelli, raccontando a entrambi, ogni sera, alle porte del sonno, la leggenda della fata dei Jinns, che attende, da una prigione nascosta, il giovane che la libererà. Ma un giorno il padre di Azur lo manda lontano da casa per studiare e scaccia dalla sua dimora francese la nutrice e il piccolo Asmar. Solo una volta adulto, Azur si imbarcherà in direzione dell’Oriente per ritrovare i suoi cari e liberare la fata dei Jinns.
Lo guida l’eco di una lingua a noi sconosciuta, di cui serba il ricordo infantile (l’arabo, volutamente non doppiato né sottotitolato) e lo scorta lo sgradevole Rospù, un mendicante brutto e bianco che sputa sulla terra che lo sta ospitando e che gli dà di che sopravvivere.
Prima ancora che un artista, Michel Ocelot è un incantatore, uno di quegli illusionisti capaci di magiche incongruità, come far uscire un animale da un oggetto vuoto o un film sul medioevo della civiltà islamica da un software 3D che più moderno non si può.
Con Azur e Asmar, spettacolo nel quale si mescolano suggestioni da "Mille e una notte", Ocelot mette in scena la vicenda di un’amicizia elettiva tra un principe azzurro e un esotico Aladino inserendola nello schema della fiaba, e con questo ci ricorda che la realtà è ben diversa. Però, come insegna l’esempio di Azur, un racconto leggendario può guidare una vita, basta crederci. Basta attraversare il mare che ci divide dall’ignoto e capire che la differenza non è un segno di sottrazione ma uno scrigno di pietre preziose.
Per illuminare i tanti sinonimi di Oriente e Occidente, il papà di "Kirikù" procede per contrari: una fiaba luccicante per raccontare la cecità del pregiudizio e l’ottusità della superstizione (occhi azzurri là, gatti neri di qua); un elenco di tutto quel che manca alla civiltà del mediterraneo per mettere in luce tutto quel che possiede. Un’operazione antiretorica degna dell’applauso.
In questo gioco di specchi e porte gemelle, a ognuno il turno di riflettersi e riflettere per capire se si è più Asmar o più Azur o più Rospù.
L’appello civile e morale non è alla tolleranza ma al riconoscere che –come in ogni fiaba che si rispetti- l’unione fa la forza. Ocelot vede nell’unione delle culture l’avvenire del mondo e lo comunica con il suo tratto ispirato tanto dai pittori fiamminghi che dalle miniature persiane e la sua tavolozza che mescola i colori di Francia con quelli della Turchia, dell’Andalusia e del Maghreb.
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