Si avvia al completamento il restauro delle tele del de Napoli

Nico Andriani

Tempo fino al 20 agosto per la consegna della seconda parte del primo restauro

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Il restauro delle opere di Michele de Napoli, aperto al pubblico nei giorni del martedì e giovedì e che continua ad attirare molti visitatori, si sta completando per un totale di venti tele; i due restauratori, Giuseppe ed Annamaria Chiapparino, avranno tempo fino al 20 agosto per consegnare le tele ed il loro lavoro procede deciso e sicuro vero la conclusione di un "percorso umano e artistico" che ha caratterizzato la scelta delle tele da restaurare.

Infatti, dopo questo primo restauro, restano da appaltare ben altre 120 tele e più di 600bozzetti che costituiscono la parte più imponente del lascito da sistemare all’interno della Pinacoteca in fase di ristrutturazione.

Le opere adesso in possesso dei due restauratori terlizzesi sono due bozzetti della tela presente in Cattedrale "S. Tommaso redige l’Officio del SS. Sacramento", e precisamente gli studi su S. Tommaso d’Aquino e su S. Girolamo, dove, relativamente al secondo soggetto, dopo il restauro è venuto alla luce un ripensamento, cioè un cambiamento del disegno da parte dell’autore stesso.

Tra le opere anche un intenso "ritratto di tre fanciulle" che originariamente presentava un’alterazione dei propri colori naturali, riportati ora a nuova vita, colpa di una vernice ossidata che aveva ingiallito l’intera tela e ad alcuni ritratti delle personalità che più hanno segnato la crescita umana dell’artista: il padre e la madre, il panacerio Manerba e la moglie di De Napoli, Luisa Patelli (ritratto concepito e proseguito insieme al proprio autoritratto; entrambe le opere risalenti agli anni ’60-’70, quelli del ritorno a Terlizzi, lasciate incompiute ed in consegna presso il restuaro del Salone de Paù).

Di notevole interesse, attirando l’attenzione di importanti studiosi dell’arte della provincia, anche la "morte di un giovinetto", che inizialmente presentava alcuni raschi sulla superficie (un bozzetto della tela "S. Benedetto che resuscita un giovinetto" per la chiese delle Benedettine di Catania) e "S. Francesco che mostra le stimmate", opera che partecipa all’esposizione napoletana del 1851 ed era destinata alla cattedrale di Gaeta (acquistato poi da Ferdinando II di Borbone, oggi trova disposizione nella biblioteca di Capodimonte).

Per quest’ultimo è stata svolta un’attenta opera di restauro: insieme alle operazioni di foderatura, dato che il telaio era completamente tarlato, è stato necessario applicare delle garze di protezione sui fori di sfarfallamento (quelli causati dai tarli) della tela ed è stata posta su un nuovo telaio ad espansione (quello originale, come gli altri, era fissi), dotato di arridatoi metallici per permettere di seguire la naturale espansione della tela.

Montato sul nuovo telaio, il dipinto è stato sottoposto a pulitura visto che riportava delle sgocciolature dovute ad alcune ripitturazioni degli ambienti che finivano per sporcare le tele non protette.

Oltre a queste operazioni, la principale attenzione resta comunque quella di mantenere vivi gli elementi storicizzati delle tele, come i timbri sul retro (ad esempio il ritratto del padre è l’unico dipinto su cui il timbro ha lasciato la forte impressione sulla tela e sulla pellicola pittorica) o le cornici stesse.

Ad esempio su alcune cornici si è verificato un distacco della pastiglia di gesso dorata e quindi vi sono state fissate delle porzioni sollevate e distaccate, per poi procedere alla ricostruzione della pastiglia di gesso, intagliando il gesso con l’applicazione della foglia oro zecchino e integrando alcune zone dove si è sollevata una porzione della foglia.

Le ragioni si spiegano nelle parole dello stesso Giuseppe Chiapparino: "il restauro non può eliminare del tutto i segni del tempo, il tempo che è passato su queste opere deve rimanere, non si può pensare di riportare un’opera allo stesso stato in cui è uscita dall’atelier del pittore".

Nell’opera di restauro che si avvia a compimento vengono così rispettati gli stessi gesti dell’artista nel momento in cui lavorava alle proprie tele: nell’autoritratto, l’unica parte dove è stata realizzata la stesura del colore ad olio è solo il viso mentre il resto è un’imprimitura gessosa non protetta con semplici segni a matita; lì si opererà solo con una delicata pulitura dell’imprimitura gessosa per rispettare e lasciare intatti i segni a matita, labili rispetto al colore ad olio; pulizia che ha permesso di eliminare la polvere compattata presente sui dipinti, come delle pennellate date dal De Napoli per pulire il pennello su un’area della tela, sapendo di doverla coprire in un secondo momento col colore . Particolari, questo o altri come i segni dei bottoni del panacerio Manerba, tornati alla luce grazie alla pulitura che consentono di apprezzare e cogliere appieno, a partire dal piccolo, il genio artistico di Michele De Napoli, in questo primo piccolo percorso umano, presentando lui e le persone a lui vicine, ed un piccolo percorso artistico, dalle tele neoclassiche (appartiene a questo periodo infatti l’ultima imponente e suggestiva tela su cui lavoreranno i due restauratori, che sarà "Mario sulle rovine di Cartagine", insieme ad un bozzetto per "L’Immacolata in Gloria") alle ultime tele risalenti al periodo terlizzese, aspettando gli altri lavori, e la fatidica riapertura della Pinacoteca in occasione del bicentenario della nascita dell’artista.

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