Michele Cagnazzo racconta la mafia:”Formidabili quegli anni”

La Redazione

Lo Stato e le sue contraddizioni nella lotta alla Mafia raccontate e vissute da chi è stato dapprima spettatore e poi protagonista.

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La libreria “LE CITTA’ INVISIBILI” di Marina Santeramo ha organizzato per il 27 giugno la presentazione del libro “Mafia, una guerra senza confini”(Wip Edizioni) del giornalista e studioso di Scienze Criminologiche Applicate Michele Cagnazzo, alle ore 19 presso il Chiostro delle Clarisse.

Moderati dalla giornalista del quotidiano “Bari Sera” Stefania Ferrante interverranno il prof. Vito De Leo, l’esperto di politiche giovanili Pino Chiechi e l’assessore alla cultura Domenico Paparella. E’ prevista anche la proiezione del cortometraggio “La catena umana”, che si conclude con l’ultimo discorso di Paolo Borsellino.

Il prof. Vito De Leo, prima dell’incontro, ci ha fatto pervenire una nota che volentieri pubblichiamo:


“Innanzitutto desidero ringraziare l’autore del libro Michele Cagnazzo che mi ha fatto l’onore di invitarmi alla presentazione del libro-inchiesta che – a mio modesto parere – merita lo stesso successo editoriale di “Gomorra” di Roberto Saviano. Ho avuto il piacere di leggere un saggio ben documentato e rigoroso sulla mafia siciliana, descritta come una piovra che, con i suoi tentacoli, s’insinua dappertutto e condiziona pesantemente lo sviluppo economico di intere regioni.

Non mi sorprenderei, così come ha fatto il regista Matteo Garrone, che ha tratto dall’omonimo libro il film interpretato da Gianfelice Imparato, che un regista decida di trasferire sullo schermo le riflessioni del nostro brillante autore, al suo primo esordio come scrittore saggista.

Ci troveremo a parlare di mafia in una città che, purtroppo, non è stata estranea a fenomeni malavitosi che restano ancora vivi nella nostra memoria di cittadini che hanno raccolto il messaggio lanciatoci da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ricordati insieme all’on. Nichi Vendola e a Rita Borsellino all’indomani dell’uccisione di quest’ultimo, su iniziativa dell’”Associazione prov.le onlus contro il raket” e l’usura che ho avuto l’onore di dirigere con l’amico attuale presidente nazionale Renato De Scisciolo.

Il nome di Terlizzi, negli stessi anni delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, compare sistematicamente nella saggistica del fenomeno criminale pugliese: “La quarta mafia” di Ruotolo e “Non è la piovra” di Violante lo registrano impietosamente.

Comunque, ciò che era latente ed indistinto, a partire dagli anni novanta, diventa via via sempre più evidente e concreto. Gli eventi violenti e plateali del rogo del Carro trionfale (22 agosto 1991) e dell’autobomba esplosa all’ingresso del Comune (7 maggio 1993), intervallati dallo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose (30 marzo 1993). Terlizzi fu tra i pochi Comuni italiani ad essere sciolto, l’ottantesimo, fra gli 8.102 Comuni italiani ad essere sciolto) ferirono non solo la coscienza religiosa e civile della città ma offrirono contestualmente l’indice di quanto la città fosse febbricitante nel suo complesso. Fu lanciato, cioè, il segnale più chiaro del “salto di qualità” operato o in procinto di essere compiuto da parte di quella malavita locale che volle affermare, esibendola, tutta la propria capacità di esprimere il possesso del territorio. Non sono mai stati chiariti, peraltro, i rapporti che alcuni malavitosi locali possono aver intrecciato o intrattenuto con boss molto più influenti in ambito territoriale contiguo come Salvatore Annacondia, Antonio Capriati, Savinuccio Parisi e Antonello Lazzaretto.

In seguito allo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose Terlizzi è stata amministrata da un Commissione straordinaria, che ha potuto avvalersi per l’azione repressiva soltanto di 22 vigili urbani e di 10 carabinieri. Il 19 maggio 1993 l’allora ministro Mancino in risposta ad una lettera del “Movimento 7 maggio”, dopo aver comunicato che non vi erano le condizioni per l’istituzione di un Commissariato, ma che si era provveduto a potenziare la locale stazione dei carabinieri, assicurava la disponibilità a “valutare, in relazione ad esigenze sopravvenienti, un ulteriore rafforzamento della presenza delle Forze dell’ordine sul territorio comunale”.

La Commissione assistette inerme alla proroga dello scioglimento del Consiglio comunale per non meglio precisati motivi di “radicata illegalità”, di “perdurante rapporto tra alcuni ambienti politici locali e gruppi di pressione contigui alla criminalità organizzata”senza neppure esercitare il diritto-dovere di interpellare il Prefetto per l’immediata convocazione del “Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica”, al fine di adottare misure aggiuntive a quelle ordinarie o poter discutere su come ridimensionare i fenomeni già denunciati nell’atto ministeriale affinché non dispiegassero la potenzialità dirompente che pure minacciavano.

Chi, come noi, condivise i toni del decreto non potè esimersi dal sottolineare l’insufficienza delle risposte. Non chiedevamo la “militarizzazione” del territorio. Eravamo e siamo convinti che ieri, come oggi, la prevenzione sia la carta vincente. D’altra parte, con amarezza, c’è ancora oggi da prendere atto che dopo lo scatto di coscienza seguito all’autobomba, i terlizzesi si sono chiusi in un mugugno in cui la complicità s’intreccia all’omertà con i fili dell’indifferenza e l’impotenza di molti.

C’è da essere pessimisti? Molte “staffette” hanno cercato di tessere una rete di valori diversi ma condivisi. L’ordito, tuttavia, è ancora fragile, perché ha bisogno di molte mani. La speranza c’è perché né i soggetti politici, né gli stessi cittadini terlizzesi avranno più alibi.

Nella nebbia ci furono due fari: gli uomini con la loro testimonianza, e i programmi per fare di Terlizzi una città a “dimensione dell’uomo”, secondo l’insegnamento del mai dimenticato don Tonino Bello.

La speranza ha i piedi resistenti. Non basta neppure il livello repressivo. Non c’è azione di contenimento che tenga, se non si sviluppa contestualmente una seria attività preventiva del reato. Uno slogan servirebbe a racchiuderne concettualmente l’ambito: “Socializzare e vigilare la città”.

Desidero, cioè, indicare – così come facemmo in passato, anche attraverso il Centro Studi Politici “Aldo Moro”, la necessità di interventi a carattere educativo e di tipo deterrente a scopo preventivo.

Fra i primi, alcuni sarebbero riferibili a fasce a rischio di bambini, ragazzi o adolescenti (contrasto alla dispersione e recupero svantaggio scolastico, laboratori culturali ed artistici, avviamento allo sport socializzato; altri riferibili all’intero universo giovanile (campagne di educazione al comportamento civico, interventi tendenti a favorire l’aggregazione e le attività motivanti, Consiglio comunale dei ragazzi, Forum dei giovani).

La vigilanza del territorio va reimpostata a partire dalle periferie, normalmente le più degradate, le meno urbanizzate, le più a rischio, dove andrebbe sperimentata la figura del vigile di quartiere.

Su quali risorse umane poter contare? Quali iniziative mettere in cantiere per perseguire questi obiettivi?

A Terlizzi la politica è per molti ancora così vecchia. E’ un gioco ambiguo che vuole rendere scontata un’azione, lì dove c’è solo stagnazione. Le condizioni per un rinnovamento profondo della città, però, ci sono. Per tutti. Se i terlizzesi sapranno realizzarle, isolando corrotti e riciclati, potranno continuare a scegliere – così come è avvenuto nella recente campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio comunale – tra progetti politici contrapposti, ma entrambi legittimi. Di fronte, abbiamo visto, ci sono stati avversari leali e onesti, non nemici infidi. C’è stato chi vuole una città “per bene” e chi “perbenista”; chi una città”aperta”, chi “tradizionalista”.

Comunque la pensassero, la sfida politica si è giocata alla luce del sole. Dunque, una grande vena percorre trasversalmente, ma sotterraneamente, tutto il terreno politico della città, allontanandosi sempre più dalle secche della vecchia politica e della corruzione.

Ora, siamo ad un bivio: si può sfociare nel mare della democrazia compiuta o si può affogare nella palude del passato.

Sono certo che nessun militante libero, dinanzi a nuovi, inaspettati “baroni” si toglierà la “coppola”. Molti cattolici sanno benissimo che Rossetti e Romolo Murri non sono Gava e Andreotti; che l’ateo Brecht è stato molto più religioso di Pomicino; che il filosofo cattolico Maritain, forse, è meglio di un Bottiglione.

Le parrocchie, specie nel Sud, sono diventate “fortini “ di legalità, “palestre“ di libertà. Che i loro valori non siano più strumentalizzati. Questa è la situazione politica oggi Terlizzi.

Lo ricordo soprattutto ai giovani, ai quali Michele Cagnazzo nel suo libro dedica un capitolo e ai quali chiede di porsi la domanda. “Perché è interessante che voi sappiate e parliate di mafia? A questa domanda bisogna dare una risposta secca: perché se la mafia fosse soltanto criminalità organizzata, il problema della mafia interesserebbe soprattutto gli organi repressivi dello Stato e ai giovani fregherebbe ben poco”.

Cosa si può fare? Confidare nelle parole di Giovanni Falcone, “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi una fine “. E, rivolto ai giovani: “Se volete un motto che Vi ispiri e Vi rafforzi, ricordate: “Vivi come se tu dovessi morire subito, pensa come se non dovessi morire mai”.

Al lettore il compito di coglierne lo spirito e l’essenza. Cercate il senso non solo tra le righe, ma anche tra le parole.

Allora – conclude Michele Cagnazzo – a voi decidere da che parte stare, perché “la Mafia potrà continuare ad esserci, non vogliamo dimenticarla, né tanto meno conviverci. Anzi vi dico di più, vogliamo distruggerla”.

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