La parola al ballo mascherato

Franco Magrone

Una riflessione in seguito ai commenti apparsi sul sito

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Ci sono parole a cui, una volta incontrate, dai la mano e ti affidi.
Da Gomorra di R.Saviano “…pensavo alla battaglia di don Peppino Diana, alla priorità della parola. A quanto fosse davvero incredibile nuova e potente la volontà di porre la parola al centro di una lotta contro i meccanismi di potere. Parole davanti a betoniere e fucili…La parola con l’unica sua armatura: pronunciarsi. Una parola che è sentinella, testimone: vera a patto di non smettere mai di tracciare. Una parola orientata in tal senso la puoi eliminare solo ammazzando”. Cos’ì avvenne il 19 marzo, San Giuseppe, del 1994 a Casal di Principe. “ Cinque colpi che rimbombarono nelle navate, due pallottole lo colpirono al volto…Avevano mirato alla faccia…don Peppino si stava preparando per celebrare la prima Messa. Aveva trentasei anni.”
I percorsi per i quali ti conducono “le parole” sono sempre imprevedibili, in apparenza bizzarri.
Centoquarantanove commenti su una lettera di Michele De Palma. Duecentoquarantotto commenti a due articoli, tra il 22 e il 26 maggio 2008, sulla nuova giunta assessorile. Un nugolo di interventi tenuti da ben 87 nickname.
È su questa strada che oggi “quelle parole” mi hanno condotto e mi interrogano.
Michele De Palma da giovane, non solo per età, reagisce alle frustate mediatiche. Sono lingue ben affilate e a chiunque con un briciolo di amor proprio avrebbero fatto male.
Reagisce con la parola “Il gioco che si è prodotto con i post "mascherati" dai nickname dopo la mia lettera, è come trovarsi in una grande sala allestita per un ballo di carnevale e ritrovarsi l’unico, o uno dei pochi, a essere lì con la sua faccia.” Grazie Michele, per le tue parole e per la tua testimonianza.
Le “parole” ti conducono spesso ad incontrare altre “parole”.
L’immagine evocata con grande forza e bellezza da Michele “ un ballo di carnevale” mi riporta alla mente un bel libro “Staccati da quel computer!” di B.Copper-Royer e C.Firmin-Didot. La prima una psicologa e psicoterapeuta, la seconda una giornalista. Il tema trattato, non in modo pedante, come il titolo suggerisce, è il rapporto tra computer ed adolescenza.
Lo cerco, e dopo averlo trovato vado alla ricerca di… ecco “ Come a un ballo in maschera, le chat …questo immenso luogo d’incontro con anonimi pone problemi di altro genere. Vi si può entrare mascherati per lungo tempo, non farsi vedere come si è, ma come si vorrebbe essere. È l’occasione per inventarsi un’altra identità, un’altra personalità, un’altra vita, e per sfuggire a tutti i limiti della realtà. La quale non è sempre facile da accettare, soprattutto nell’età dei brufoli, delle rotondità infantili. La chat permette agli adolescenti di liberarsi dalla tirannia delle apparenze, di cancellare la dimensione corporea nel periodo in cui non sono a loro agio nei propri corpi…Mascherata la comunicazione è più facile che non faccia a faccia. I giovani internauti sono così diventati grandi esperti nel confondere le acque. Nel giocare con identità differenti.” ( testo citato pag 33).
La parola ferma il mio percorso e suscita domande sui meccanismi.
Vi sembra congruo, per i temi trattati, commentare gli articoli con meccanismi tipicamente adolescenziali? Che senso possono avere parole affidate a nomi senza volto che corrono il rischio di diventare volti senza parole? Che razza di gioco è questo, il tirare la pietra e nascondere la mano ed “il volto”? Coloro che compiono questi atti non sono accompagnati da grande considerazione e gli appellativi non mancano.
Io mi chiedo se la parola vuole essere sentinella perché le maschere che hanno scritto, ne cito uno per tutti, “ Scusa Mangiatordi ma non mi venisti a fare campagna elettorale per il centro destra? E ora come ti trovi? Perché non lo dici?” , non la tirano giù per poi spiegarci il meccanismo di potere? Coraggio. Ma se la maschera vi rimane salda sul viso e il vostro dire rimane anonimo, come certe lettere, ha un solo destino certo: la pattumiera.
La parola che incide ha bisogno del volto, perfino i camorristi lo hanno compreso e certificato con rosso sangue.
I ragazzi di Barbiana ed il loro priore don Milani dal loro percorso indicano un’altra compagna della parola: la Sovranità.
Da lettera ad una professoressa “ Perché solo la lingua che fa uguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli. Gli onorevoli costituenti credevano che si patisse tutti la voglia di cucir budella o di scrivere ingegnere sulla carta intestata….Tentiamo invece di educare i ragazzi a più ambizione. Diventare Sovrani!. Altro che medico o ingegnere”.
Parola, Volto, Sovranità. Una trinità laica.
La parola non può essere senza volto perché è esercizio di Sovranità. La parola è cosa seria perché evoca il sacrificio di giovani vite per la sovranità di un popolo.
Con la parola non si scherza, se la si vuole violentare con un chiacchiericcio da scure comari senza volto liberi di farlo ma, a mio parere, fuori da contesti che richiedono “parola” espressione di sovranità.
Dare alla parola il volto è essere sovrani: uomini liberi.

p.s. Appena finito di leggere Gomorra ho pensato alla furia delle bestie di camorra. “Chi cazzo è…”. Non c’è stato bisogno di sguinzagliare nessuno: sul libro c’è il volto.
Parola, Volto, Sovranità.
Roberto Saviano è uomo libero. Il suo esempio guidi i nostri passi.

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