Il prof. Vito De Leo sul libro di Vallarelli su Moro: ricordare, conoscere, agire

La Redazione

Una riflessione sulla figura del politico DC nel corso della presentazione de “Il mare, una storia, un destino”

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Pubblichiamo alcuni stralci dell’intervento del prof. Vito de Leo, studioso del pensiero di Aldo Moro, tenuto ieri sera alla presentazione, presso il Chiostro delle Clarisse, del libro di Paolo Vallarelli "Il mare, una storia, un destino", sulla figura dello statista, editrice Secop edizioni – Bitonto:

Il Parlamento, anche con il voto dell’amico on. Gero Grassi, con la legge n. 56 del 4 maggio 2007, votata anche dall’amico on. Gero Grassi, ha individuato nel 9 maggio “Il giorno della memoria” dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi.
Tra le tante commemorazioni celebratisi in Italia, mi limito a ricordare soltanto le seguenti: quella apprezzabilissima del Presidente della Repubblica, secondo cui “Il dovere della memoria impone che si faccia calare il sipario sulle passerelle medianiche degli ex terroristi”.
Scuotono ancora le coscienze quelle drammatiche immagini che colpirono il cuore dello Stato e lasciarono segni profondi nella società civile che il regista tv Gianluca Lavarelli ha affidato alla bella interpretazione di Michele Placido nei panni del prigioniero delle Br Aldo Moro nella fiction televisiva “Aldo Moro – Il Presidente”, andata in onda il 9 e 11 maggio scorsi su Canale 5. In queste due puntate sono messi in luce i cedimenti, i ripensamenti dei brigatisti, Mario Moretti soprattutto, di fronte alla fierezza di Moro, alla sua integrità morale e spirituale, spesso in lotta con la solitudine dell’uomo. Ma viene fuori anche la logica della politica, la ragione di Stato, il comportamento ambiguo di chi poteva e non ha fatto (o potuto fare) per salvare la vita di quell’uomo perché, per dirla proprio con le parole di Moro affidate ad una delle sue 86 lettere scritte dalla prigione del popolo, “vale più di qualsiasi ideologia”.
Dalla stampa abbiamo appreso con soddisfazione della decisione del Senato accademico di approvare la proposta del rettore Corrado Petrocelli di intitolare l’università barese alla memoria di Aldo Moro, che ne fu prima studente e poi docente.
Per quanto riguarda gli eventi locali più recenti, non posso fare a meno di citare il convegno organizzato dal sottoscritto, per il trentennale del rapimento e dell’uccisione degli uomini di scorta tenuto il 16 marzo scorso nella biblioteca comunale di Corato con la partecipazione dell’amico Gero Grassi e del prof. Gaetano Piepoli dell’Università di Bari.
Molti di noi hanno in seguito partecipato alla presentazione di due romanzi di due cari amici e concittadini terlizzesi, che in modo diverso fanno rivivere la figura e il pensiero dello statista pugliese, sempre così vicino alla nostra comunità.
Intendo riferirmi al libro di Gero Grassi: “Il ministro e la Brigatista”, Edizioni Palomar, presentato a Terlizzi il 20 aprile scorso dal ministro Beppe Fioroni e a quello di Paolo Vallarelli, “Il mare, una storia, un destino” edito dalla Secop di Peppino Piacente, rappresentato in modo originale dall’attore Francesco Martinelli, a Bitonto, presso l’Auditorium della Basilica dei Santi Medici. Qui, su un palcoscenico essenziale, voci, suoni, immagini, filmati, sono stati posti al servizio della storia, grazie anche alle interviste del giornalista del TG2 Daniele Rotondo rivolte al sottoscritto, a Giovanni Galloni, a Nicola Damiani, a Giuseppe Giacovazzo, ad Antonio Troisi e a Paolo Vallarelli che, con le loro testimonianze dal vivo e in video di Telenorba hanno ricostruito la figura di Aldo Moro.
Dopo avere avuto l’onore di scrivere nella mia qualità di presidente del Centro Studi Politici Aldo Moro” una postfazione, mi ritrovo dopo l’evento straordinario di Bitonto, nuovamente questa sera a Terlizzi e poi ancora il 29 maggio sarò a Corato, dove, in occasione della celebrazione del trentennale, la Comunità Braccianti presieduta dal prof. Giuseppe Scaringella e il Centro Studi “Aldo Moro” hanno promosso un pubblico dibattito con il sen. Giuseppe Giacovazzo, autore di “Moro 25 anni dopo – Misteri”, Edizioni Palomar, (presentato già a Terlizzi il 30 novembre 2005 dal sottoscritto, da Paolo Scagliola, da Gero Grassi, da Vincenzo Di Tria) e Agnese Moro, che ha scritto “Un uomo così”, editore Rizzoli, (già presentato a Terlizzi il 30 novembre 2005 dall’avv. Susanna Pastore, dal sindaco Vincenzo Di Tria e dall’Assessore Antonio Palmiotto)
Sono dunque passati trent’anni dai tragici fatti del 1978, quando, dopo 54 giorni dal rapimento e dall’uccisione degli uomini di scorta, il corpo senza vita di Aldo Moro, venne ritrovato nel bagaglio di una Renault 4 in Via Castani, una strada del centro di Roma, tra Via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista Italiano e Piazza del Gesù, sede della Democrazia Cristiana di cui era presidente. […]

Accomuniamo oggi la tristezza per quella vita stroncata, a noi così cara, per le tante altre vite che non ci sono più, con la gratitudine per le forze dell’ordine e per la magistratura, ancora duramente impegnate in una lotta avviata, ne siamo certi, al successo.
Dopo 5 processi e 2 inchieste parlamentari, molti misteri, tuttavia, permangono sulla tragica vicenda che segna il passaggio verso la seconda repubblica. I brigatisti sono oggi tutti liberi o in semilibertà. Chi c’era dietro di loro? Molti amici dello statista negarono attendibilità alle sue lettere dal carcere. Eppure erano autentiche. Il partito della fermezza vinse sul debole partito della trattativa.
Ma torniamo a noi, al libro di Paolo Vallarelli Non è dei terribili avvenimenti degli anni più bui della storia repubblicana, che pure fanno capolino nel racconto, che l’autore intende parlare nel suo romanzo “drammatico – storico – biografico” .
Un ricordo intenso e commovente di Aldo Moro marito, padre e nonno quello tracciato nell’intervista immaginaria del giovane giornalista terlizzese Luca Fabbris, nel quale non è difficile riconoscere l’autore del romanzo “Il mare, una storia, un destino”.
Il bravo Paolo Vallarelli, con un salto immaginario nel tempo, ci mostra un Aldo Moro inedito, accasciato negli anni, ma vivo, così come avrebbero voluto vederlo quelli di noi che l’hanno conosciuto e seguito e che alla lettura delle pagine del libro saranno certamente presi da nostalgia e rimpianto: sentimenti comprensibili e veri, ma non sufficienti ad un ricordo di lui che, secondo il linguaggio cristiano, noi intendiamo piuttosto come “fare memoria”.
Questo romanzo, che ruota attorno all’indimenticabile figura di questo “uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico”, come lo definì Paolo VI nell’omelia della Messa funebre, assomiglia ad un film senza colonna sonora. Non è propriamente una serie di sequenze mute, perché il personaggio l’autore l’ha fatto parlare dei suoi ricordi riferiti agli amici di Terlizzi, ha sviluppato con lui un dialogo, tenendolo al riparo dai rumori esterni e cioè dall’aneddotica compiacente, dalle sciolinature, dai pettegolezzi che, per quanto malevoli, sono sempre redditizi sulla scala dei mass-media. L’ha trascurata deliberatamente. Gli episodi marginali che riferisce sono controllati e consentono di illuminare tratti essenziali del suo carattere.
Il Moro che abbiamo conosciuto sembrava triste, incapace di guizzi allegri, di estri improvvisi, del genere di quelli che alcuni uomini di Stato pensavano utili e profittevoli alla popolarità: ma il fatto è che Moro era assai meglio. Non era un uomo tetro, ma serio; non era assorto o smorto, ma attento; non era scontroso, ma riservato.
Esprimo sincera gratitudine, unitamente ai tanti amici che si raccolgono nel Centro Studi “Aldo Moro”, per l’opportunità che viene offerta ai giovani di oggi di conoscere attraverso la pubblicazione del libro “Il mare, una storia, un destino” il politico, lo statista, il maestro di vita, ma, soprattutto, il padre e nonno affettuoso.
Sono ancora impresse nella mia memoria le parole sempre espresse a voce bassa e pacata e ascoltate in uno dei tanti incontri con gli amici di Terlizzi: “La vita ha come suo compito la ricerca e la realizzazione del proprio valore, viste come momenti del suo naturale divenire…, farsi come processo di attività…, che si afferma nella volontà creatrice della storia, ed il cui farsi come moto che si costruisce la vita nella sua verità”. […]

Mi sono chiesto più volte cosa avrebbe pensato o fatto Aldo Moro se fosse stato veramente ancora tra noi. Me lo sono chiesto non tanto per curiosità intellettuale, ma perché è mancata in questi anni un’accurata riflessione su quegli aspetti della politica contemporanea che possono collegarsi in qualche modo al suo pensiero e alla sua vicenda politica. Ritengo che la “voce” di Moro vada oltre la contingenza politica di ogni tempo, e si sostanzi essenzialmente di categorie di metodo che hanno valenza: la politica sull’analisi e comprensione dei processi umani e della loro evoluzione; il progetto come sintesi di aspirazioni e vocazioni della società, da guidare con tatto e discrezione; il dialogo, il confronto e la mediazione alta come strumenti delle dinamiche sociali, da esercitare senza mai recedere dai propri principi, senza però farli diventare un limite o un ostacolo verso l’altro; l’unità delle compagini fondata sulla ricerca di forti volontà comuni; la laicità nel pensiero e nella parola come scrigno entro il quale tenere vive le radici spirituali della propria ispirazione, mai ritenute come l’ultima verità.
Oggi, a distanza di trent’anni dalla sua tragica scomparsa, è bene e giusto tornare ad affidarsi al suo pensiero e al suo ricordo sempre attuali e farli scoprire, anche attraverso la lettura del romanzo di Paolo Vallarelli, a chi non l’ha mai conosciuto o “riscoprirlo” a chi l’ha dimenticato.
In un mondo che ha bisogno di profezia, di intuizioni che aprano prospettive per il futuro acquista un profondo significato il ritorno ad Aldo Moro. E’ il ritorno alla cultura, come ascolto attento, desiderio di autenticità e di verità. E’ anche un ritorno alla politica, ma a una politica che sosti e rifletta sulla propria ragion d’essere.
Noi giovani di ieri, insieme a quelli di oggi, siamo ancora impegnati a fare nostra la sua lezione, proponendo, oggi più di ieri, l’unità nella diversità, il cambiamento nella solidarietà, l’identità nel pluralismo, il confronto delle idee, la cultura della legalità, della partecipazione e delle pari opportunità, il ripristino delle condizioni di agibilità politica per tutti i cittadini, il rinnovamento della classe dirigente, dei metodi di gestione, la trasparenza e l’efficienza amministrativa, la visione del potere finalizzata al bene comune, gestito da persone oneste, competenti e capaci. […]

Un Paese senza memoria è un Paese senza grandezza. Non fu soltanto il Suo tragico destino a rendere per sempre indimenticabile la Sua figura: fu la visione e azione di statista a segnare in modo indelebile la crescita della democrazia italiana in anni difficili, di aspro conflitto ideologico e politico. La scelta stessa di Moro come vittima sacrificale del terrorismo fu il riconoscimento della Sua grandezza e del Suo prestigio.
Si tratta, dunque, di prendere coscienza, apertamente, del significato profondo di una tragedia che ha separato il popolo dalla politica, l’etica della persona dalla ragion di Stato. “Forse il destino dell’uomo non è di realizzare la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino” .
Sebbene non siano state poche le rievocazioni giornalistiche e cinematografiche anche recenti, molti, specialmente tra i giovani e i giovanissimi, che quei 55 giorni non hanno potuto nemmeno studiare sui libri di testo a scuola, conoscono poco o nulla della tragedia Moro, che non è stata soltanto una tragedia personale e familiare ma è stata anche una tragedia politica e nazionale.
Questo può significare oggi fare riferimento a Moro: avere come compagno di strada questa figura discreta e mite che ci offre continuamente una chiave di lettura e un modello di azione. “Noi non vogliamo essere gli uomini del passato, ma quelli dell’avvenire. Il domani non appartiene ai conservatori e ai tiranni: è degli innovatori attenti, seri, senza retorica. E quel domani nella società civile appartiene, anche per questo, largamente, alla forza rivoluzionaria e salvatrice del cristianesimo. Lasciamo dunque che i morti seppelliscano i morti. Noi siamo diversi, noi vogliamo essere diversi dagli stanchi e rari sostenitori di un mondo ormai superato”.
Attraverso il Centro Studi “Aldo Moro” continueremo ad interpretare, divulgare e realizzare il pensiero e l’opera di Aldo Moro, il cui martirio, come la sua figura umana e politica, non potranno mai essere dimenticati. Facciamo nostro il Suo messaggio: altre impegnative mete culturali e politiche, infatti, sono in programma. Se alla scomparsa dell’uomo siamo ormai rassegnati, non lo siamo alla scomparsa del “mare” di ricordi, della “storia” della sua tragica vicenda politica, della verità sul suo tragico “destino”.

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