Riaperto il Museo della Civiltà Contadina

Nico Andriani

Un grande centro di documentazione storica rivolto alle vecchie ma soprattutto alle nuove generazioni

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Il 7 aprile è stato riaperto il Museo della Civiltà Contadina, in Viale Pacecco, presso il liceo pedagogico "T. Fiore".
Tanti i momenti dell’inaugurazione, a cominciare dall’esibizione del gruppo folk in costume “Laura Pomponio” della Scuola Elementare “Don Pietro Pappagallo” (in foto a lato) e del gruppo di musica e danza popolare “Sud in Festa” per passare agli interventi del tavolo dei relatori composto dal Sindaco di Tria, l’assessore alle attività produttive, al turismo e all’innovazione dr. Michele Vallarelli, la responsabile del Museo della Civiltà Contadina dr.ssa Maggipinto a cui si è aggiunta l’autorevole presenza del prof. Ferdinando Mirizzi, professore associato di Discipline demoetnoantropologiche presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Basilicata. Sterminate la sua bibliografia e le sue collaborazioni su periodici del settore. La sua attività di ricerca copre diversi ambiti delle discipline demoetnoantropologiche, e in particolare: la storia della cultura materiale, la storia del territorio e degli insediamenti rurali; i santuari, i pellegrinaggi e gli ex voto; i riti arborei in area meridionale; aspetti e problemi relativi alla storia degli studi demoetnoantropologici in Puglia e Basilicata e alle dinamiche culturali in area meridionale negli anni del secondo dopoguerra; le relazioni tra patrimoni culturali e turismo; le forme di autorappresentazione e la scrittura autobiografica e popolare. Negli ultimi anni si è, poi, particolarmente dedicato a temi riguardanti l’antropologia museale, con specifico riferimento all’Italia meridionale, contribuendo anche alla elaborazione di progetti relativi a strutture museografiche in Puglia e in Basilicata e alla realizzazione di eventi espositivi, come ad esempio la mostra “Musei e Collezioni etnografiche in Basilicata”, che egli ha curato insieme con Paolo Venturoli, allora Soprintendente al Patrimonio Storico Artistico e Demoetnoantropologico della Basilicata, e che fu allestita nell’estate 2003 in alcuni spazi di Palazzo Lanfranchi, sede del Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna della Basilicata.
Gli interventi hanno presentato un museo che ha l’intento di portare a conoscenza delle “nuove generazioni” i costumi, le situazioni, le abitudini di vita e lavoro della gente vissuta in un passato prossimo a noi, in condizioni economiche ed ambientali spesso assai difficili, “lo scopo principale è quello di valorizzare la memoria storica attraverso la conservazione e la riappropriazione della cultura agricola e artigiana, affinchè tutti noi, ma in particolare i giovani ,continuiamo a coltivare nei nostri cuori la passione per la nostra terra ed il rispetto per i valori che essa rappresenta,“ afferma l’Assessore Vallarelli, “lo sviluppo di una Comunità , infatti, dipende anche dalla capacità di comprensione e mediazione tra passato e presente in un continuo e reciproco scambio di esperienze, volte a consentire il raggiungimento e il rafforzamento consapevole della propria identitaria appartenza, perché , per dirla con le parole del filosofo Nietzsche : <<abbiamo bisogno della storia, giacchè il passato continua a scorrere in noi in cento onde; noi stessi infatti non siamo se non ciò che in ogni attimo sentiamo in questo fluire>>”.
Il museo sembra riprendere la domanda “è ancora possibile la poesia?” che si poneva Montale nel discorso tenuto all’Accademia di Svezia il 12 dicembre 1975 ricevendo il Premio Nobel, spostandola sul piano della cultura popolare, “ha ancora senso parlare di cultura popolare nel mondo della telematica e di Internet?” La risposta è fornita da un’altra colta citazione, quella di Oliver Sacks quando diceva: “si deve cominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli dei ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita. Senza la memoria la vita non è vita. La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire”.
Così Il Museo della Civiltà Contadina, creato per conservare e valorizzare le testimonianze storiche ed etnografiche del mondo rurale, attraverso l’esposizione degli attrezzi e degli oggetti e con un particolare criterio espositivo descrittivo e didattico che ripropone una vecchia casa dell’epoca, permette al visitatore di percepire attraverso i reperti le diverse attività del contadino, dell’artigiano e della vita di tutti i giorni, come un vero e proprio centro di documentazione storica, di riflessione culturale, diretta alle vecchie generazioni, alle quali nella visita si affacceranno i ricordi ed il nostalgico sentimento del tempo, e soprattutto alle nuove, per una profonda acquisizione di conoscenze sulle proprie radici e per un apprezzamento di valori di semplicità oggi esageratamente travolti.
La funzione primaria del museo resta quella di raccogliere e conservare oggetti e documenti, ma contemporaneamente si valorizza il materiale raccolto attraverso la ricerca e allestendo esposizioni tematiche periodiche: vi è infatti un continuo afflusso di oggetti e documenti che aumenta, completa e arricchisce le sue collezioni; ciò testimonia che la popolazione locale partecipa alle vicende del Museo, in quanto esso ne rappresenta il patrimonio culturale, ne racchiude la storia e parla delle sue famiglie, anche grazie alla collaborazione con altre associazioni ed enti con interessi affini, ampliando il collegamento e il legame con il territorio sul quale opera, arricchendosi di scritti preziosi per il loro valore storico-sociale, dai documenti del passato alla raccolta di tutto quanto viene pubblicato sugli usi e i costumi della nostra gente, sul nostro ambiente, sulle nostre attività.
Tutto questo materiale servirà poi ad allestire a scadenze regolari, mostre temporanee che consentono un discorso più completo e approfondito, monotematico e permettono di esporre nuovo materiale, come la mostra di culto con immagini sacre mariane da fare nella Cattedrale di Terlizzi per i prossimi festeggiamenti della Madonna di Sovereto.
Il museo ripropone stili e ritmi di vita di una civiltà che sembrata persa nei ricordi scoloriti dei nostri nonni nei giorni di festa, o che restavano in qualche suppellettile nascosta in casa di anziani parenti, ma che magari ritorna inconsapevolmente nei riti quotidiani come un lascito verbale di genitore in figlio nel corso delle generazioni.
Il museo dispone di una fototeca, di una fonoteca e di una emeroteca e si riempie di foto e litografie, spesso di carattere sacro, che dimostrano lo stesso forte legame della città con la terra e con la fede, testimoniato anche da un antico modello in legno del vecchio Carro Trionfale.
Sempre Vallarelli: “il Museo della civiltà contadina è impegnato in un’operazione di recupero delle testimonianze di un mondo, a volte non molto lontano negli anni, ma ormai lontano dalla nostra vita quotidiana, quel mondo dove tutti conoscevano tutti, dove l’occhio faceva si i conti in tasca al vicino ma lo proteggeva anche dai ladri”.
Gli ambienti della quotidianità casalinga, la multiforme quantità di arnesi da lavoro, la variegata utensileria in terracotta, le importanti sezioni dedicate all’olio e al vino, i vestiti logori del lavoro della terra e gli ambienti della religiosità popolare, la riconfigurazione delle caratteristiche botteghe artigianali, danno un tocco di originalità e configurano un museo di idee che, secondo la definizione del museologo Giovanni Pinna, “consiste in una esposizione che illustra non tanto gli oggetti in quanto tali o in quanto frazioni di una unità generale quanto piuttosto una serie di idee scientifiche, di realtà di relazioni, di interrogativi. In una esposizione di questo tipo, il manufatto diviene lo strumento di dimostrazione dell’idea, perde parte della sua individualità e si inserisce, come nella realtà, nella complessa costruzione in movimento della storia”.
Un museo quindi che non è morta esposizione di oggetti, statica collezione di attrezzi di cui non si riescono a comprendere l’uso e il valore, ma un mezzo di ricerca per ritrovare l’immagine reale della nostra gente e un’identità culturale autentica, senza finzioni o assurde nostalgie di un mondo che non era idilliaco ma che custodiva allo stesso tempo una sua decorosità e una fierezza, e che si rivolge a tutta la cittadinanza a partire dalle fasce più giovani, come testimoniato anche dall’opuscolo illustrato preparato per presentare il Museo e le sue attività alle scolaresche.
È una grande eredità quella del Museo, un filo conduttore a ridosso dei tempi a partire da un mondo contadino, che contava su un’economia per lo più di sussistenza e povero di erudizione, ma ricco di autentica cultura.
L’apertura al pubblico è prevista dal Martedì al Sabato, dalle 9 alle 12.30 e il martedì e giovedì pomeriggio su prenotazione.
Recapiti telefonici quelli della Biblioteca Comunale, allo 080/3517577 e quello del Museo della Civiltà Contadina, 080/3514809. E-mail: museociviltaterlizzi@libero.it.

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