Costruiamo insieme la “felicità pubblica”
“La solidarietà è un ‘bene relazionale’. Bisogna reimpostare il discorso non-profit per una sua rideterminazione; dobbiamo inoltre trovare una strada nuova tra il privatismo sociale della destra più classica e il neostatalismo della sinistra più antica. Insomma dobbiamo creare un’economia civile, cioè un’economia di reti di solidale reciprocità per alzare il livello di qualità della vita.
In quest’ottica il mercato non scompare e non viene demonizzato ma è visto come insieme di relazioni tra soggetti che debbano offrire servizi. Solo in questo modo possiamo fare un salto di qualità verso la creazione di una società realmente solidale. A questo punto l’interesse dell’imprenditoria non sarà più solo il profitto ma la ‘felicità pubblica’, cioè la felicità e il bene essere dell’intera comunità di uomini e di donne.
Solo in questo modo l’economia civile è al pari dell’economia di mercato, non avendo funzione di mera supplenza. Se non facciamo tutto ciò vivremo solo una solidarietà a metà.” Esordisce così Pina Marmo, consigliere regionale de La Margherita nella calda sera del 27/3 nel convegno ‘Immigrazione e ‘solidarismo sociale’ organizzato dal coordinamento cittadino de La Margherita terlizzese “Lelluccio De Scisciolo“ e tenutosi nella sede del suddetto partito.
Marmo ricorda anche “con Berlusconi abbiamo avuto tagli sulle politiche sociali e sulla cultura ( anche questo è un bene che aiuta a crescere) e dall’altra parte si è quadruplicato l’uso degli antidepressivi…: bisogna capire che qui è in gioco il bene essere del Paese; si tratta di un processo culturale che deve cominciare da noi istituzioni. Occorre fraternità; la paura ch’egli sta diffondendo non serve a niente: è nemica del cambiamento. La politica è amore.”
Dopo aver speso queste bellissime parole prende il timone del discorso Khaled Fouad Allam, candidato al Parlamento per La Margherita, che lo incentra sul fenomeno dell’immigrazione che è ”allo stesso tempo doloroso e complesso; doloroso perché nessuno lascia la sua terra per piacere ma sempre con grosso dispiacere e malinconia, complicato perché è un fenomeno poco accetto dagli abitanti indigeni di paesi in cui si emigra.
C’è sempre diffidenza e si tende spesso a generalizzare su tutta la categoria degli immigrati e ci sono dunque stati che la ripudiano come il Giappone e Stati che su di essi si fondano come gli U.S.A. Spesso però si ignora che l’immigrato parte già svantaggiato e a disagio perché perseguitato dal senso di colpa per l’ostilità ricevuta.” Khaled, Algerino di nascita ha molto a cuore questo fenomeno che studia in particolar modo in quanto professore di sociologia all’Università degli Studi di Urbino e precisa che l’immigrazione è complessa perché è lo specchio dell’umanità, piena di differenze e diversità.
Ma è proprio per questo che l’immigrazione va salvaguardata come vanno salvaguardate tutte le diversità: questo è il bello, perché se fossimo tutti uguali, non ci sarebbe bisogno di governare, di governare le nostre differenze. Proprio pertanto credo fermamente che l’immigrazione sia un dibattito di società.” E’ difficile commentare queste importanti parole dato che sono profondamente fondate e difficilmente contestabili; di conseguenza cercherò di contestualizzare e incorniciare questi pensieri.
E’ duopo dire che siamo ormai catapultati, fiondati a una velocità stratosferica verso un nuovo villaggio globale, in cui tutto è globalizzazione, dal ristorante cinese a Bari ai massaggi orientali tanto di moda attualmente. Dunque in tutto ciò il fenomeno immigrazione diventa fisiologico, contestuale e assolutamente naturale: con la velocizzazione del trasporto di persone e merci infatti, se 40 anni fa emigrare in Francia per cercar lavoro era drammatico, oggi, trasferirsi in Inghilterra per gli stessi motivi, sta diventando quasi normale.
Perciò non possiamo trascurare l’entità e i numeri del popolo emigrato dato che in Francia ha proporzioni allucinanti per non parlare della stessa America. Anche Terlizzi sta segnando un aumento graduale di emigrati, Magrebini e Albanesi. In virtù di tutto ciò il “solidarismo” diventa fondamentale se non vitale in quanto non si può accogliere qualcuno in casa propria senza manifestargli affetto e ospitalità.
La solidarietà è quindi importante perché diventa in quest’ottica, un ponte, una sorta di cerniera che possa unire ad esempio italiani e immigrati albanesi o africani. Solidarietà non è solo fisiche e sterili misure di accoglienza, ma anche spirito di filantropia, che non è mai troppo e che soprattutto non basta mai perché la diffidenza del più accanito conservatorismo è radicata nella popolazione e affonda le sue radici in una mentalità chiusa e limitata al confine cittadino propria dei nostri incolpevoli nonni
. Per tali motivi dobbiamo essere proprio noi nuove generazioni a cambiare questo spirito che vede lo straniero come ladro, spietato concorrente nel mondo del lavoro e nel cercare una casa. E’ ora di sradicare queste antiche credenze che non fruttano niente; Don Tonino Bello infatti diceva: “dobbiamo costruire ponti e non alzare steccati”.
La paura e la diffidenza devono essere il motore di un cambiamento solidaristico che da queste deve partire e che queste deve distruggere. Non dobbiamo farci intimorire ma cominciare dal nostro io a mostrarci solidali e aperti a queste nuove e straniere genti, uguali a noi se non fosse che noi una vita discreta che ci permetta di sopravvivere ce l’abbiamo già. E’ giunta l’ora del dialogo tra le culture e tra le persone, senza il quale la globalizzazione non avrebbe neanche senso. Benvenuti forestieri!
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