Diamo voce ai profughi di tutte le guerre

Nico Andriani

Reportage in Bosnia Erzegovina presentato all’Arci di terlizzi

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Il 10 marzo è stata la giornata nazionale per un’informazione e comunicazione di pace, promossa da Tavola della Pace, Coordinamento nazionale Enti Locali per la pace e i diritti umani, Federazione Nazionale Stampa Italiana, Usigrai e centinaia di comuni ed enti italiani tra cui il Circolo Arci di Terlizzi.

All’insegna del motto “diamo voce alla pace”, la giornata si è accompagnata ad un appello di denuncia sull’informazione (al sito www.perlapace.it), “sottoposta a pesanti limitazioni e condizionamenti politici ed economici. E’ urgente un cambio di mentalità e una più ampia assunzione di responsabilità. La promozione di un’informazione e una comunicazione di pace, lo sviluppo di un ruolo positivo dei media nella costruzione di una cultura e politica di pace dell’Italia è responsabilità di tutti e di ciascuno. Un compito insostituibile spetta alla Rai che consideriamo un bene pubblico indispensabile per la nostra libertà, la nostra democrazia e per il nostro benessere.”

Tale partito trasversale della pace si è adoperato con un doppio filo teso alle istituzioni, riproponendo la ripresa del ruolo pubblico della RAI, invitandola ad aprire sedi nei paesi depressi come Africa e India, e consentendo iniziative autogestite ai singoli comuni ed enti partecipanti.

Lo stesso ARCI ha contribuito a portare avanti iniziative tese all’interculturalità e ad una comunicazione di pace, visto che in guerra il problema non è la disinformazione quanto la non informazione, dalla quale non può nascere alcun dibattito; così in tale giornata si è voluto infondere nell’opinione pubblica il principio del dubbio e del sospetto su un mondo della stampa basato sulla non notizia (gossip, reality) e un recupero della quotidianità, proponendo un incontro-dibattito con i volontari di Emergency, la proiezione dello sconcertante reportage di Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta di Rai news 24 (gli autori dell’inchiesta sul fosforo bianco) “In nome del petrolio – la verità scomoda” (ne consigliamo la visione per avere più chiari i motivi della presenza militare italiana a Nasirya, ufficiali ma taciuti dai mezzi di informazione italiani) e presentando una mostra fotografica a cura dei fotografi freelance Alfredo Giangaspero (terlizzese) e Lorenzo Scaraggi (bitontino trapiantato a Ruvo).

La mostra “gli occhi del futuro – viaggio in Bosnia a 10anni da Dayton” è un reportage fotografico svolto a Natale in Bosnia-Erzegovina, strutturato su due filoni: le immagini nei campi profughi di Tasovcici e Domanovici e l’assistenza umanitaria fornita dalla Caritas di Mostar nei villaggi poveri dell’Erzegovina, come la dicotomia tra gli occhi di speranza e di ingenuo disagio vissuto dai bambini che apprezzano il poco che hanno e gli occhi spenti degli anziani che subiscono la gravità di una vita di stenti e ormai senza speranza.

Come si legge in www.peacereporter.net “il territorio della Bosnia-Erzegovina è abitato da tre popoli: musulmani, serbi e croati. L’equivoco su cui sembra basarsi l’intera società, confermato anche dalla politica del governatorato internazionale, è quello della “multiculturalità”, ovvero la coesistenza pacifica ma parallela di culture diverse.

La Costituzione prodotta dagli accordi di Dayton nel 1995 non riconosce i cittadini bosniaci, ma soltanto bosniaci musulmani, serbi e croati, con l’assunto implicito che le tre culture siano incompatibili. Il governo delle Nazioni Unite asseconda e favorisce questa separazione, rischiando di contribuire ad una definitiva disgregazione dello Stato in tre corpi sovrani distinti. Molti analisti hanno inoltre sottolineato come non esista in effetti una coscienza civile e politica unitaria, in una compagine statale che segue la formula “uno Stato, due enti, tre popoli”.

Mentre la Bosnia è a maggioranza musulmana, l’Erzegovina è a maggioranza croata; eppure tale etnia ricopre il ruolo di “sfollata” poiché l’Alto commissariato delle Nazioni Unite rilascia lo status di rifugiato a coloro i quali superano i confini nazionali mentre i croati dell’Erzegovina sono profughi all’interno dei loro stessi confini, a fronte della divisione dei territori in Federazione croato musulmana (FCM, 51% del territorio) e Repubblica serba Srpska (RS, 49%), dove la popolazione si divide in serbi (37.1%), bosniaci (musulmani non in accezione religiosa, 48%), croati (14,3%), e altro (Rom e zingari, gli jugoslavi nati da matrimoni misti che prima rientravano in questa categoria adesso però sono tenuti a dichiararsi appartenenti all’etnia paterna, 0,6%).

Ma i problemi più gravi sono stati quelli causati dalla pulizia etnica che ha creato delle zone monoetniche, esasperando le identità etnico nazionali e strumentalizzando la religione.
Nei campi profughi dell’Erzegovina perciò si trovano quelle etnie che non riescono a tornare nelle loro zone d’origine, anche a causa degli accordi di pace di Dayton, portati avanti dagli Stati Uniti e dai presidenti Tudjiman (Croazia), Izetbegovic (Bosnia) e Milosevic (il presidente serbo appena deceduto in carcere a l’Aja dove era sotto processo dal 2002 per crimini di guerra contro l’umanità tra cui il genocidio perpetrato durante la guerra tra croati e serbi, tra il ’91 e il ’95), che hanno ripristinato i vecchi confini della Jugoslavia, facendo tornare la Bosnia ai confini precedenti il conflitto, con l’errore del beneplacito della Comunità Internazionale che ha concesso la divisione monoetnica dei territori, consegnando ai serbi di Bosnia quasi metà di una repubblica dove tale etnia ne è solo 1/3, quasi a “premio” per la pulizia etnica serba, visto che la mezzaluna che compone il territorio della Repubblica Srpska non era nient’altro che la zona di ritiro delle truppe, appena “ripulito”.

Per “pace” si intende solo la mancanza di conflitto armato, eppure ben altre conseguenze sono ancora ferite aperte in questa regione come nelle altre regioni del mondo martoriate dai conflitti.
Il problema adesso, per il milione e mezzo di profughi dopo 10anni di conflitto è quello di tornare (visto che una parte di essi ha riottenuto il diritto di proprietà sulle loro case) in paesi d’origine dove c’è discriminazione lavorativa (a fronte di un tasso di disoccupazione in Bosnia del 49%, la stessa cultura aziendale è diventata monoetnica).

 Ne è un esempio la Aluminij di Mostar, come denunciato da Amnesty International (per informazioni visitate il sito www.osservatoriobalcani.org) dove “se da un lato le proprietà e le abitazioni sono state in larghissima parte restituite, Amnesty constata che non si è fatto abbastanza per favorire la sostenibilità del ritorno e l’eliminazione delle discriminazioni sul posto di lavoro. Poco è stato fatto per permettere ai lavoratori licenziati durante il conflitto di poter ritornare ai loro impieghi. Coloro che ritornano alle proprie case sono sistematicamente discriminati nell’accesso al lavoro. Questi fenomeni perpetuano la pulizia etnica originatasi nel corso del conflitto, e hanno di fatto condizionato negativamente il ritorno degli sfollati e rifugiati alle proprie case”.

Per guardare il reportage completo e gli altri lavori realizzati finora dai due fotoreporter freelance in italia e all’estero è possibile visitare i due siti persnali degli stessi www.fotogiangaspero.it e www.lorenzoscaraggi.it.
Spesso i grandi mezzi d’informazione –e purtroppo lo stesso servizio pubblico radiotelevisivo- diffondono una falsa idea della pace che viene associata a inerzia, rinuncia, resa, rassegnazione, impotenza; eppure la pace non è semplice e ipocrita irenismo, e si nutre delle singole gocce di pace fatte di parole, di immagini e di convinzione in un mondo migliore, solidale.

“You may say I’m a dreamer but I’m not the only one” (John Lennon)

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