Immigrati: risposte necessarie a una situazione precaria

Nicolò Marino Ceci
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Immigrati: una parola, poche lettere, una questione, forse un problema qui a Terlizzi. Li vedi la mattina presto, soprattutto in inverno, vestiti e acconciati come meglio si può, oppure verso ora di pranzo, che tornano a casa scuri in volto e stanchi che quasi non si mantengono in piedi, con le scarpe, rotte, imbevute di fango o ancora la sera, che si rifugiano, ora nell’ex bagno comunale in villa, ora nell’ex casa di riposo vicino casa Betania, ora nell’ex mobilificio sulla via di Molfetta.

 Ci sono, si vedono eppure non ci sono. Stiamo parlando di una nebbia che, seppur impalpabile, è onnipresente al punto che è ormai sotto gli occhi di tutti. Ignorarla ulteriormente sarebbe inutile e dannosamente ingenuo.

 Quelli di Terlizzi sono soprattutto emigrati dal Sudan che si aggiungono ai veterani della vicina Albania. Puntata n° 124, mese di Gennaio: un gruppo di Sudanesi sono accolti nella casa di preghiera sulla via di Sovereto per 15 giorni con un irrisorio contributo del comune di 800 euro a causa della grande nevicata e del conseguente freddo, fisiologico per chi una casa ce l’ha, inumano per chi vive abitualmente “all’aperto”.

Puntata n° 128, dopo questo periodo di dignitoso soggiorno si torna allo squallore di sempre: si torna all’aperto, al freddo, alla normale condizione di disperati, poveri e dimenticati.

 Nulla è cambiato, anzi, le associazioni di volontariato si pestano l’un l’altra i piedi, se ne dicono di tutti i colori, sbandierano l’inefficienza degli altri, si sgomita, si contraddice; il caos è totale, non si riesce ad individuare un percorso comune e la solidarietà viene coperta e rivestita di screzi e attriti che riportano ancora, nuovamente, purtroppo al punto di partenza.

Il problema è in primis di approccio all’argomento: manca una cultura dell’accoglienza e del rispetto di queste genti che si traducono in episodi di intolleranza xenofobica circondati da un alone di diffidenza.

 Cosa strana a Terlizzi, sempre mediamente sensibile e vicina a queste tematiche. Tuttavia i tempi cambiano e Terlizzi diventa sempre più un crocevia importante nel flusso migratorio di “stranieri” verso l’entroterra. La nostra cittadina sta infatti diventando un punto di passaggio obbligato verso città come Brindisi, raccogliendo nella sua piccola diga manodopera a basso costo fino al limite, fino a quando cioè i “posti di lavoro” nelle serre o nei campi non sono più in grado di assorbirne altra, oltre ciò, c’è anche da ricordare che la comunità Casa Betania che, dando posti letto e cibi caldi a questi sfortunati, attira indubbiamente molto.

Premesso ciò è ovvio affermare che la popolazione di immigrati a Terlizzi è aumentata e sfiora ormai le 400 unità, soprattutto nel periodo invernale, in coincidenza della vendemmia e della raccolta delle olive. Insomma il fenomeno è più evidente e se un tempo si poteva anche non parlarne ed evitarlo, oggi esso necessita risposte, risposte che, però non devono avere il carattere dell’emergenza, quanto della definitività.

 Parlando con i consiglieri comunali della Margherita S. Mastropasqua e M. Cagnetta e con alcuni membri dell’Azione Cattolica, sorge spontanea la necessità di creare una rete di accoglienza di questi lavoratori, persone, menti pensanti.

Nonostante il dannosissimo protagonismo del variegato associazionismo sarebbe proficuo e molto utile creare un nucleo iniziale di alcune associazioni affiliate ad un ufficio legale e con una consulenza sindacale apposita e adeguata.

 La situazione è precaria e ci sarebbe bisogno di una struttura che possa accogliere dignitosamente queste persone almeno nel periodo di esuberanza invernale per non trovarci per l’ennesima volta di fronte a una situazione di emergenza che, dopo alcuni anni, non la si dovrebbe considerare più come tale.

Ci vuole fiducia. Lasciamo stare xenofobie inutili e fobie di contaminazione. Siamo nell’Europa globale e assumendo tali posizioni saremmo solo anacronistici conservatori.  

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