Oltre il muro le onde del mare
Nella sala De Paù della biblioteca, il reportage fotografico sulla Palestina del fotografo bitontino Lorenzo Scaraggi
All’interno della biblioteca comunale, scruto attentamente gli scatti di Lorenzo Scaraggi, mi accorgo della sua precisione nel ritrarre anche il minimo dettaglio e particolare, del suo estro che si traduce in piccoli squarci di vita quotidiana, sguardi rubati alla monotonia del giornaliero, sorrisi, pianti, che esprimono gioia, fierezza, tristezza e scorci di paesi palestinesi, strade dissestate, piazzole adibite a discariche, muli da traino che si intervallano ad auto nuove e meno nuove.
Un bambino che divora golosamente una mela, due uomini che si abbracciano e si mettono in posa, sono l’antologia umana di una realtà, quella israelo-palestinese terribilmente intricata e complessa, in cui ogni logica e ogni tatticità razionale annega e si smarrisce nella follia attualizzata in terrore istituzionale e statalizzato di israeliani e palestinesi che riempiono le pagine di cronaca nera di tutti i giornali e telegiornali mondiali.
I panni appesi per strada, le case ancora in piedi quasi per miracolo, la primitività del paesaggio che cozza stranamente con edifici e strutture in fatiscente cemento, la povertà dilagante che arricchisce e integra uno squallore notevole, la crudezza di un paesaggio in guerra con se stesso, aspetti espliciti di un mondo in progressiva dissoluzione, retto su equilibri fatti di non-equilibri sono le microcosmiche peculiarità di un macrocosmo sempre in dissidio.
Questa è la scoraggiante storia di un “popolo che non ha avuto la nostra fortuna”, di uno stato “la cui grandezza si misura in forza militare”, che ha una doppia anima, che contiene al suo interno due stati, quello israeliano e quello palestinese, separati, anzi nettamente divisi da un muro, che non è solo quello che divide le sue due capitali congruenti in Gerusalemme, ma è quello che divide le loro culture, le loro identità, le loro integraliste mentalità, è un muro che però neanche noi occidentali riusciamo a sorpassare o a scalfire.
E’ un aperto dissidio che dura già da alcune decadi e che non accenna a smorzarsi e anzi, sembra rincarare sempre più la sua dose odierna di odio, rabbia e intolleranza.
Personalmente credo che sia impensabile potersi schierare da una o dall’altra parte; è chiaro che entrambe cadono nel torto ricorrendo a carri armati e ad attentati dinamitardi nei centri dei paesi ma la via da imboccare è un’altra. Partendo dal presupposto che sarebbe arrogante dare ragione a una delle due, dando torto all’altra, in quanto non ne abbiamo gli strumenti e le possibilità, bisogna percorrere l’impervio, rischioso e sdrucciolevole viottolo di montagna del dia-logo, abbandonando la troppo trafficata grande autostrada delle soluzioni finali, estreme, dirette, facili, sbrigative, VIOLENTE.
In questo senso penso che il titolo della conferenza, “resistere significa creare”, possa essere valorizzato pienamente: resistere infatti è il diritto di resistenza a cotanta distruzione, materiale, fisica, mentale, morale, creando, creando dialogo, rapporti umani, contatti diretti con queste genti martoriate dalla fame e dagli stenti.
“Creare qualcosa è una forma di resistenza formidabile”; la prima cosa che il popolo palestinese chiede di fronte ai volontari di organizzazioni internazionali è di essere presenti sul territorio, di essere la loro voce. Osservando le immagini drammatiche dei pezzi della Palestina che fu, emerge imponente un senso di impotenza dato che è quasi impossibile aiutare queste persone a migliorare materialmente la loro condizione. Proprio per queste ragioni occorre emergere da questa sabbiosa e insabbiante inerzia e cercare percorsi unitari e organizzati per aiutare queste realtà, per restituire a quei bambini la loro infanzia, la loro ingenuità distrutta a colpi di bombe e mitragliette, facendoli tornare a giocare, a scherzare.
La Palestina necessita di progetti che promuovano la soggettività, la coscienza e l’identità di questo popolo. “In Palestina è stata già costituita una scuola popolare di musica per bambini dagli 8 ai 17 anni”, dato che la musica può essere una via di fuga da una quotidianità orrenda che delude e deprime. La scuola suddetta diventa così oltre che un luogo per imparare e apprendere, con corsi di canto e di strumenti musicali, anche un luogo per socializzare e prendere coscienza di sé, parlando di politica, ascoltando musica, poesie e recitando.
L’ambizioso progetto è renderlo più robusto, organizzato, estendendolo a quanti più enti e istituzioni possibili. “La risposta è stata ottima: bambini numerosi, insegnanti entusiasti e disponibili”. “Un’altra resistenza è possibile, conservando la propria identità, cultura, tradizioni; abbiamo molta capacità di iniziativa, ma come sempre, pochissimi soldi”. “Bisogna cooperare: ci aspettiamo un nuovo futuro dalla cooperazione in Puglia; che l’amministrazione regionale possa coinvolgere giovani, scuole, lavoro su questa difficile questione”. Oltre il muro le onde del mare, oltre la guerra il sorriso di un bambino.
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