Il buio…oltre il giardino
Quando arrivo a casa Betania per documentare la rappresentazione vengo immediatamente travolto da un chiasso confusionario e crescente che mi riporta ai tempi della scuola elementare. Bambini che scorazzano, maestre che provano le ultime battute, la sala comincia a riempirsi. Una maestra mi dice:”hai visto i fucili dei bambini-balilla? Sono sagome approssimative di legno perché noi siamo contrari alle armi e ai fucili che venivano sbandierati dai balilla in quel triste ventennio. Hai visto i “fez”, i berretti dei soldati fascisti? Li abbiamo fatti con le nostre mani e abbiamo dovuto spiegare ogni minimo particolare ai nostri bambini”.
Subito dopo intervisto una bambina che mi dice:”Sono felice di far parte di questa recita perché le persone capiscano il significato che vogliamo dare; spero che il significato sia chiaro.” Un altro bambino mi dice chiaramente:”La shoà non deve più succedere perché è stata crudele e perché noi uomini siamo tutti uguali, e non animali.”
Un’altra maestra mi dice di essersi occupata meticolosamente, minuziosamente e attentamente della difficile colonna sonora, dicendo di aver fatto un ingegnoso collage di musica ebrea, sicana e mediterranea. I circoli A-B e G-H e il coro della scuola elementare “Don Pietro Pappagallo” si sono cimentati in un’interessante impresa, dal nome “il buio oltre il giardino”, tratta dal libro “il bambino ariano”della scrittrice ebrea italiana Lia Levi.
Siamo sul finire dell’estate della Roma del 1938, quando in Italia non erano ancora state innestate le leggi razziali, ideate e applicate in Germania già nel ’35 dalla sanguinosa ideologia nazista. Gli italiani ebrei non portavano cucita sui vestiti la stella gialla di David, come in Germania, perché furono tutti schedati e immediatamente isolati dalla società e depositati ai suoi ampi margini.
La peculiarità di questa rappresentazione sta proprio nel titolo che riassume e sintetizza efficacemente e magnificamente la sua ambientazione: il “buio”infatti richiama quell’evento indescrivibile che la shoà è e rappresenta. Le leggi razziali infatti in quell’estate non avevano ancora efficacia giuridica ma, cosa ben più grave, quel clima disgustoso di diffidenza verso lo straniero ebreo, contaminatore della razza, stava già dando i suoi frutti e si stava radicando nella mente e nella mentalità degli italiani fascisti al servizio della Germania nazista.
Il peggio deve ancora succedere, la shoà, la persecuzione razziale, la guerra, i suoi 60 milioni di morti, le torture più disumane, non si sapeva neanche cosa fossero, non si pensava minimamente che potessero succedere, anzi, l’illusione della grande Germania diffuse un clima di positivistico ottimismo mostruoso e impensabile.
La Roma di quella calda estate, l’Italia di quei mesi, l’Europa di quei lunghissimi anni non avevano neanche la benché minima idea del vortice inumano, oscuro, tenebroso, tempestoso, scabroso, scandaloso e letteralmente mostruoso di male e odio bestiale che difficilmente si possono tuttora concepire.
Il “buio” è la “gonfia peschiera di girini umani” che si muovevano alla rinfusa, cozzavano l’un l’altro, pullulavano come indifese formiche ora di qua, ora di là, nella foga di fuggire, di essere inghiottiti nella “pancia della balena”; tutti questi girini sono stati stomachevolmente massacrati a mani nude, sciolti a testa in giù nell’acido, mutilati quasi per scherzo, lasciati morir di fame, di sete, torturati fino allo stremo, all’orrido e al grottesco, magari per aver chiesto di mangiare, di bere, di vivere, per essere solo ebreo, menomato, fisicamente o mentalmente, spastico, omosessuale, zingaro, appartenente all’altra parte politica
. Tra le pratiche di tortura erano tristemente frequenti lo strappo delle unghie, le fratture delle mani, delle dita, lo stare appesi a testa in giù per ore, l’essere picchiati con strumenti artigianali propri di aguzzini, le ustioni da marchio a fuoco, come si fa con i cavalli o con le mucche e altro ancora che è difficile da descrivere e riportare.
Il buio sono gli esperimenti che i medici nazisti attuarono sulle cavie ebree, come quelli condotti dal tristemente celebre dottor Mengele, medico-capo di Auschwitz-Berkenau, sugli inerti uteri di povere donne al fine di poter progettare parti gemellari e plurigemellari, per far crescere prima e più velocemente la razza ariana, come le persone imprigionate in camere e costrette a subire il salire della pressione per testare i limiti dell’organismo umano alle altezze più utopiche: in quelle stanze dell’orrore si vedevano le cavie che, raggiunti livelli assurdi di pressione, si strappavano i capelli con le mani, si uccidevano battendo ripetutamente e ossessivamente la testa contro i muri, erano preda di crisi epilettiche che culminavano con morte violenta e con la deflagrazione delle loro teste, vomitavano sangue, schiuma pancreatica fino a soffocarsi: le cavie servivano a testare nuovi trattamenti e pratiche sconvolgenti che è difficile inscrivere nel recinto della benefica e sanitaria medicina.
Buio è la crudeltà con cui venivano strappati, senza alcuna anestesia, i denti d’oro ai detenuti, con cui le cavie erano trasformate in saponette per lavarsi le mani, con cui venivano bastonati e pestati con verghe per futili stupidità. Il buio è il montaliano “alalà di scherani di croci uncinate”, il “lucifero dalle ali mezzo stanche di bitume”, l’”ombroso messo infernale” che calpesta sadicamente lo “sciame di falene impazzite”, è il male, l’origine del male, che è l’empatia, il non provare alcun sentimento, gioia o sofferenza, pietà o malinconia, dolore o ribrezzo.
L’origine del male è l’ideologia nazista che ha prodotto in poco più di 12 anni, dal ’33 al ‘45 una guerra mondiale, 60 milioni di morti di cui solo 10, russi, un’ideologia malvagia e inumana basata sulla superiorità della razza, sulla superiorità dell’uomo ariano, sulla formale e sostanziale inferiorità della razza ebrea, la shoà, 6 milioni di ebrei ammazzati nei campi di sterminio, dolore e incoscienza profonda, abnegazione, ma soprattutto auto-annichilimento, auto-mutilazione, auto-annullamento, se pensiamo che in realtà la razza ariana era una geniale invenzione priva di alcun fondamento generico, genetico, storico e antropologico, visto che l’Europa ha origini giudaico-cristiane e quindi la persecuzione degli ebrei si è confermata come un’auto persecuzione.
I filmati della shoà sono stati muti: non si è voluto registrare, per ovvie ragioni, la colonna sonora di Auschwitz, di Dachau, di Buchenwald, di Bergen-Belsen, di Berkenau. Talvolta i suoni sono infatti molto più evocativi e orribili di un’immagine. Si dice che i forni crematori cremassero talmente tante persone ogni giorno, che per giornate intere, dal cielo cadevano frammenti, briciole delle persone che furono, quasi come fiocchi di strana e fetida neve.
Francesco Guccini a proposito, nella sua famosa canzone “Auschwitz”, profeticamente dice, mentre solletica con le sue dita poetiche le sottili corde della chitarra:“Ora sono nel vento”. La complessa, premeditata, ciclopica e mastodontica opera di disumanizzazione nazista si stava attualizzando in apparati del terrore; qualcuno infatti statuiva provocatoriamente:“se questo è un uomo”! Ma questo è un uomo? Un uomo che non può sapere che ore sono, che viene privato delle piccole cose, che viene accarezzato dai piedi dei soldati a loro piacimento, che viene costretto ad essere, a fare, a produrre, a stare zitto, a prenderle, a morire, a essere violentato, offeso, sbranato dai cani da guardia, mandato nelle camere a gas.
Quello che la diaspora è stato, probabilmente non si può neanche immaginare e comprendere ma è stato: questo è l’importante; questo è quello che ci deve interessare. Se è successo, può succedere ancora. Molti dei bambini che ho intervistato entusiasticamente hanno detto che la shoà è stato un crimine contro l’umanità che non deve più accadere perché siamo uomini, non bestie. Queste parole riecheggiano nella mia mente satura di brutture e mi ricordano che l’oscurantismo, riscontrabile in alcune parti della nuova riforma scolastica, visto che oggi, un bambino, in quinta elementare in storia studia l’impero romano, anziché la fogna che il ‘900 è stata e quindi la disavventura fascista, è frutto di chi ha paura di confrontarsi, di relazionarsi, di problematizzarsi: noi, che dobbiamo sovraccaricarci di questa difficile eredità e andare avanti, dobbiamo guardare al passato per costruire il presente e il futuro, conoscendo per non sbagliare, sapendo per sapere.
L’oscurantismo, la dimenticanza è l’errore più grave e atroce che possiamo commettere: bisogna capire perché c’è stato e capire perché dobbiamo evitare che tale orrore accada di nuovo, anche se la pulizia razziale di Milosevich nei balcani, le porcherie di Saddam, le simpatiche torture e le ovvie umiliazioni americane in Iraq e nei carceri, definiti “speciali” a scopo di giustificazione di ciò che avviene nel loro interno, come Guantanamo, sembrano ispirarsi a tutto ciò, privando i loro detenuti dei fondamentali diritti umani garantiti da carte internazionali e decine di costituzioni.
La vita infatti senza memoria è “un filo spezzato”. Anche i bambini erano sparati alla nuca, una volta messi in ginocchio, quasi come fossero letali nemici di guerra. Questo è stato, direbbe il poeta inglese Heaney, un “oltraggio civilizzato”, L’oltraggio civilizzato, legittimato, il più grave, il più allucinante di tutti i tempi, L’unicum per eccellenza nella storia del ‘900 e nella storia dell’uomo, in cui si è saputo incredibilmente fondere ideologia, crudeltà, sterminio, guerra, schiavitù industriale e sperimentazione umana. “Arbeit macht frei”.
“Camminavo lungo la strada quando il sole tramontò-il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue-sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco […] io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.” “Imagine there’s no heaven/imagine there’s no countries, it isn’t hard to do/imagine all the people living life in peace/You may say I’m a dreamer/I hope someday you’ll join us/and the world will be as one.”
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