Bianca Neve

Nicolò Marino Ceci
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Sono ormai le 12, il cielo si apre, il sole spunta prepotente tra le nuvole e i raggi si posano e si riflettono, abbaglianti e scintillanti, suggestivamente sulle superfici bagnate e umide; le macchine assumono le loro reali sembianze, mistificate dalla neve che comincia a sciogliersi e a liquefarsi, cadendo dai balconi e dagli alberi, creando pozzanghere per le strade quasi come se fosse piovuto, i ragazzi, che hanno imperversato per le strade, ormai inzuppati e divertiti tornano a casa stanchi e affamati.

Ore 9: le nuvole sono gravide e gonfie, il cielo è coperto e cenerino e sembra si divertirsi a ricoprire l’Italia, l’intera provincia di Bari, Rvo, Terlizzi, tutto; case, monumenti, alberi, strade, marciapiedi, prati con un manto di neve suggestivo, soffice e seducente, sbellicandosi dalle risate nel deformare, nel gonfiare goffamente le figure, le sagome, le cose, con il posarsi possente e protratto nel tempo, dei fiocchi.

 Tutto è silenzio, la quiete regna sovrana e le neve che scende lenta e ineluttabile, con moto sussultorio e altalenante, dal cielo trasmette tranquillità, una quiete quasi innaturale, surreale. Dalla mia finestra osservo il graduale ma progressivo imbiancarsi della strada, e poi delle case e poi ancora degli alberi che acquisiscono camaleonticamente colori che oscillano tra il verde più scuro in alcuni punti, al bianco più candido in altri.

I fiocchi cadono sempre più e come miele che attira le api, in un batter d’occhio scendono in strada combriccole di ragazzi e ragazzini a farsi guerra, lanciandosi proiettili di neve che si sbriciolano sui muri, sui vetri delle macchine, sulle panchine. Guardo in cielo e non vedo altro che biancore, magico e fantastico come i pensieri che suscita.

La temperatura sfiora incredibilmente lo zero e comincia a formarsi del ghiaccio sulla strada, più temibile e temuto della neve stessa, visto che fa slittare, scivolare i piedi di un bambino così come i pneumatici pesanti delle automobili. In lontananza intravedo già qualche pupazzo di neve tra le braccia frenetiche di decine di bambini e mi sollazzo a vedere la gente che cammina per strada che, colpita da grappoli di neve che cadono dai balconi, dalle terrazze perché sporgenti, si spaventa, disturbata nella quiete quotidiana dei loro pensieri e poi, disorientata ma scocciata, si volta indietro a cercare con sguardo perfido e indagatore chi possa averli presi di mira.

 C’è addirittura chi, assorto sotto il sottile strato di plastica del suo ombrello, una volta colpito, lo fa cascare per terra e grida o si lamenta in dialetto, lasciandosi andare alle profezie più strane e curiose. Vengo ancora distratto dai ragazzini: ogni oggetto, cosa ricoperto di neve diventa motivo di nuovi duelli e battaglie che proseguono a suon di urla e coinvolgenti risate.

Ad un certo punto la caduta di fiocchi di neve comincia ad affievolirsi per finire nel giro di pochi minuti. Sembra che certe cose, come la neve siano state create apposta e unicamente per giocarci e per sollazzare gli animi, penso, ma il cielo comincia ad aprirsi. I raggi di sole penetrano le nuvole e arrivano dappertutto, rovinando la festa e il divertimento.

Penso che sia giusto così dato che questo freddo è, in questi momenti, causa di disagi in tutto il Barese e in tutta Italia, disagi che qui si traducono in scuole chiuse, ma che altrove, come nell’alta Italia si traducono in incidenti su strada, che causano feriti e morti e bloccano il sistema, portando a una paralisi delle attività, produttive e non. Perciò riteniamoci fortunati di poter vivere la neve come una gioia e un momento di svago e socializzazione anziché come sventura e quindi come momento di tensione e di malinconica tristezza.

 

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