Michele Santeramo ci prova ancora. Con “Teatro minimo”.

Nicolò Marino Ceci
1 commenta

“Quest’oggi non parlerò del libro che ho scritto ma leggerò i passi che più ricordo con piacere e che più mi hanno colpito.” Voce sussurrata, sibilante ma sicura e sobria; sguardo attento, profondo, prospero di gioia e di grave consapevolezza; mimica ammaliante e studiata con cura e maestria e un tono di voce informale, quasi amichevole, misurato, malinconico, incalzante, caldo e pesato.

Giovedì 29, corso Dante: è questo il punto d’incontro delle mediane di una sera fredda e umida di Dicembre in cui Michele Santeramo, punto di riferimento della dimensione teatrale terlizzese nato nella nostra cittadina nel 1974, presenta la sua ultima, ma forse solo per il momento, fatica letteraria: “Teatro minimo”, edito da “Torre di nebbia”, su iniziativa della libreria “Biblì”.

Il nome di tale manufatto cartaceo è preso dal nome della compagnia teatrale della quale fa parte Santeramo, fondata nel 2001 da Michele Sinisi, che da allora coordina e dirige un gruppo nutrito di attori, con oltre 250 repliche di spettacoli all’attivo negli ultimi 3 anni, nei posti più vari e diversi d’Italia.

La sua presentazione non è convenzionale dato che viene da lui trasformata in un momento di magica condivisione di alcuni racconti siti nel suo libro, dato che "questo deve essere prima un momento di condivisione e poi di presentazione”, impostando così la serata su una piacevole e gradevole narrazione di racconti, fatti e situazioni quasi giullaresche, tipiche dei cantori che nei secoli ‘400 e del ‘500 divertivano e sollazzavano di fronte a corti di signori e banchetti di commensali.

I temi che emergono dal libro sono dunque improntati all’amore, a tratti passionale, frenetico e tracimante, alla nostalgia, alla giocosità e alla comicità pungente che stuzzica il cuore e la mente in un batter d’ali e fanno da sfondo poetico a una raccolta di testi scritti e recitati in precedenti rappresentazioni realizzati dalla compagnia “teatro minimo” come ad esempio “vico angelo, custode, confine, pitocco, murgia, accadueò” e tanti altri.

“Il mio tentativo è quello che per Calvino, che ha influenzato molto la mia formazione, è stato l’obiettivo, raggiunto brillantemente: riuscire e saper descrivere un sentimento, una condizione, una storia. Secondo me il libro è un oggetto che và usato, nei modi e negli usi più svariati”: questo libro allora si presenta come uno sforzo faticoso ma grandioso, una raccolta di racconti che cercano di cogliere e raccogliere convincentemente e consapevolmente la contraddizione interna del vivere quotidiano dell’uomo, lo strappo improvviso all’essere, la lacerazione interna di chi deve misurarsi con eventi sorprendenti, inimmaginabili e incomprensibili solo in parte rispetto ai quali bisogna comunque agire e relazionarsi senza pensarci su più di tanto.  

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!