La maratona di capodanno
Sono sempre stato fascinosamente affascinato dal cenone di capodanno, perché è un modo per festeggiare festosamente la fine dell’anno, perché è un’ antica travolgente tradizione tramandata da transigenti e trastullati trisavoli, perché è un modo per essere tutti vicini, perché scopri sempre piatti tipici sempre nuovi, incredibili e stupefacenti.
A tal proposito ho trovato per caso per casa un foglietto sul quale erano scritti degli appunti-spunti per il cenone di capodanno “all’us nust”. A piè di pagina si legge. “antipasti: melone e fettine di prosciutto crudo-quello buono di Giovanni che ha il negozio giù a casa della nonna-”; insomma un classico, sobrio, leggero, completo, quasi convenzionale. Però prestando maggiore atterrita e attillata attenzione, sullo stesso rigo, continuando, si legge ancora: "più olive al sale, alici sott’olio, funghi sott’aceto, peperoni, capperi, stuzzichini leggeri a base di rustici ripieni, focaccia con olive e patate, affettati vari come mortadella, salame e cubetti di pancetta e ancora tramezzini con mayonnaise e tonno”.
Sobbalzo sulla sedia e sgrano gli occhi poi quando subito dopo leggo: “specialità caserecce e formaggiere dello zio Nino, cioè mozzarelline, mozzarelle, provolone, caciotta e scamorze giganti”. Alzando lo sguardo da cotanto abbondare tellurico, trabordante, tracimante, tramortente e sulfureo mi viene da pensare che con antipasti-antidieta così si può già rinunciare al primo piatto, dubitando, con lecito e legittimo motivo, che tanti antipasti non li mangerebbe neanche un animale selvatico affamato, inferocito e infastidito.
Tuttavia comincio a spaventarmi all’idea nefasta e mesta delle mostruosità che avrei trovato alla voce ‘primo piatto’. Leggo: "risotto alla marinara” e mi tranquillizzo, conscio della leggerezza e della leggiadria di quel piatto ma sbadatamente non mi accorgo dell’apocalisse infernale che trovo inesorabilmente dopo: "ravioli ripieni di carne al gusto di pecorino e prosciutto cotto, con ragù con pezzettini di carne in superficie e specialità della nonna”; rileggendo questa apocalittica spropositata e sproporzionata proposizione, la cosa che più m’inquieta è la tremenda ‘specialità della nonna’, che mi fa salire subito un brivido freddo e glaciale su per la schiena, facendomi venire un tic epilettico all’occhio destro, poi anche a quello sinistro, facendomi balenare immediatamente l’idea dell’agghiacciante e mostruosa creazione culinaria che è nota tra noi nipoti come ‘the atomic bomb’ perché vede i suoi ingredienti segreti in quantità industriali di burro, peperoni e strutto, che come lei ci dice, preparava al nonno “la mattina, prima di andare in campagna, così da poter stare digiuno per qualche ora, almeno fino a ora di pranzo”.
Ma questa indescrivibile e stomachevole carrellata di esseri culinariamente modificati non è certo finita qui. Insomma ci vuole uno stomaco da Ferrara e un fegato da Galeazzi per reggere questo ritmo perché al 18° rigo, alla voce ‘secondo piatto’ i miei delicati occhi, stuprati nell’inconsapevole innocua innocenza di chi ha sempre creduto ingenuamente che un cenone di capodanno potesse durare meno di 4 ore, leggono: "porchetta rosolata con salse varie, con limone tra le -sue inerti- fauci dello zio Mauro-dal peso per tutti insignificante e per questo per me agghiacciante di 18 kg-farcita dalle tremende zie, tremende per i loro gusti temibili e per i loro condimenti da collasso, Marica e Maddalena con scamorza sciolta, speck, melanzane, acciughe, capperi e peperoni; cotechino king-size con quintali di lenticchie-portafortuna, 3 teglie di fagiolini al forno con spezie ed ettolitri di bejamelle sulla superficie, 5 tegami di melanzane fritte, un intero vitello arrosto, un intera gallina impanata e fritta, incluse ali e becco e–rullo di tamburi- parmigiana della nonna piccina”.
Ed è qui che comincio a sudare freddo e le gambe cominciano a tremarmi: si racconta infatti con timore da generazioni, di padre in figlio, la leggenda che la nonna piccina, nonna vissuta fino a mezzo secolo fa e nota per la sua piccolissima statura ma per le sue creazioni culinarie sconvolgenti ed eufemisticamente pesanti, avesse elaborato una ricetta particolare e complessa di parmigiana che spediva al nonno per andare a combattere in battaglia, così energica che un solo pezzo gli permetteva di stare a digiuno una settimana; tutta in un colpo avrebbe potuto portare all’arresto cardio-circolatorio, a un ictus violento e devastante nell’emisfero destro del cervello e ad un embolia plurima-cronica-acuta del cervelletto, così almeno ci aveva raccomandato il dottore. Quindi una vera e propria bomba a mano che la zia Concetta, con anni e anni di gavetta ai fornelli alle spalle, aveva paura solo a preparare e a maneggiare.
Ormai turbato nell’animo e sconvolto nello sguardo, mi accorgo che la tortura non è ancora finita perché dopo queste portate micidiali, come frutta ci sono le ananas da serra di zio Michele, famose perché grandi quanto una testa, con pennacchi alti fino a 2 metri, mentre come dessert c’è la torta della zia Nicoletta, alta 34 cm, tutta di piena di burro e cioccolato fondente, versati con cura e maestria su 4 strati concentrici di pan di spagna, ammorbiditi da Martini rosso e limoncello dello zio Pino, 46° di fuoco vulcanico, compressati da cioccolato bianco sciolto, per festeggiare diciamo così “con qualcosina sullo stomaco, giusto così per stuzzicare l’appetito”, come diceva la nonna piccina e concludere in bellezza anche questo cenone di capodanno.
Ma la cosa che forse più mi fa accapponare la pelle, di questa maratona che incomincia alle 18 per finire poi alle 4 del mattino seguente, che ti costringe a stare a dieta per quei 4 mesi prima e dopo, che ti porta in contro a disturbi intestinali cronici per un periodo che và dalle 4 alle 18 settimane, è che a fine pagina, in piccolo c’è una data, una, sola, piccola, unica, inconfondibile, letale, mortale: 31 Dicembre 2005.
In famiglia il cenone è una cosa seria, una cosa "da grandi", una questione d’onore, ne và della rispettabilità dell’intera generazione, tutto fatto in casa, dalle amabili mani degli zii e della nonna e bisogna mangiare sempre tutto e non buttare via mai niente perché se no, ciò che avanza finisce nel frigorifero e te lo ritrovi lì, il 1° Gennaio davanti a te, sulla tavola bella imbandita con la nonna che ti guarda e ti dice ogni volta, quasi automaticamente, quasi fosse una frase di rito, pronunciata senza cognizione di causa, forse perché era detta anche a lei dalla sua nonna quando era piccola, con lo sguardo fisso nel vuoto ma premuroso: "mangia, che ti vedo sciupato…che ieri non mangiasti niente!".. E come dice il detto, “chi mangia il primo dell’anno…………………………………………………………………”
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