Viaggio all’interno del limbo
Quel che resta dell’ospedale di Terlizzi
Quello che appare oggi agli occhi della cittadinanza terlizzese è un ospedale che dal punto di vista strutturale non ha certamente niente da eccepire, camere nuove e attrezzate, aria condizionata e comfort, ma i veri problemi sono nascosti nella componente funzionale.
Dal punto di vista burocratico e di servizio il riordino ospedaliero ha primo fra tutti provocato una serie di ritardi che costringono ad un’estenuante catena di peregrinazioni verso i centri limitrofi e più in particolare Corato, quando fino agli anni scorsi tale centro aveva come punto di riferimento e confluenza Andria.
Sembra ieri quando la cittadinanza è insorta contro una decisione che mirava a colpire dritto al cuore l’orgoglio cittadino.
È ancora vivo nel ricordo di tutti la visita infelice del presidente della regione(Fitto) con la sua incapacità di dialogo e la sua immatura ottusagine che ha rasentato nei mesi a venire il capriccio infantile.
Sono vive negli occhi le immagini commoventi di 30000 persone giunte da tutta Italia e confluite in piazza per appoggiare un paese ferito, le raccolte di firme, le discussioni parlamentari.
La sconfitta.
Il piano di riordino ospedaliero approvato nel 2002 dalla maggioranza di governo della Regione Puglia ha portato allo smantellamento dell’Area Materno-Infantile, dell’Area Chirurgica, dell’Unità di Terapia Intensiva Cardiologia e dell’Oculistica.
Ciò che rimane dell’ospedale sono reparti che prima mancavano e, come in un film dai più originali finali tragicomici, l’apertura di tali reparti ha fatto in modo che venissero chiusi tutti gli altri reparti esistenti, riducendo Terlizzi ad un semplice poliambulatorio mentre nel resto del Sud Italia venivano aperti nuovi centri ospedalieri, alle cui inaugurazioni il presidente della regione apriva i suoi discorsi lanciando sempre meno sottili frecciatine alla situazione terlizzese.
Forse proprio a causa di questo strano gioco capriccioso la cosa che balza più all’occhio è la chiusura arbitraria dell’Area Materno-Infantile, ginecologia e nido, vero fiore all’occhiello di un’intera struttura che, tra l’altro, era stato recentemente riammodernato a spese della stessa Regione Puglia.
In questa storia di mancanze, capricci e politica al posto di tale reparto è stato sostituito al piano dal reparto di lunga degenza.
Immaginiamo l’atmosfera festante che regnava in tali reparti, la vita e la felicità che imperversava fra i corridoi di un intero ospedale ogni qual volta nasceva un nuovo bambino.
Immaginiamo adesso l’atmosfera che può regnare in quegli stessi corridoi dove oramai la stragrande maggioranza dei degenti attende forse di passare a miglior vita.
La protesta che si è sviluppata nel frattempo non è mai stata strumentalizzata da una precisa bandiera politica perché politica vuol dire partecipare insieme alla vita pubblica, senza colori, senza bandiere, tutelando i più elementari e basilari diritti sanciti dalla costituzione italiana e indecentemente calpestati in logica di decisioni che dovrebbero essere un esclusivo compito delle istituzioni e che invece vengono prese da organi che per primi dovevano tutelare e salvaguardare i diritti di un paese che, tra l’altro, proprio nell’ospedale e nel mercato dei fiori aveva le punte della sua intera economia.
Terlizzi è caduta vittima di una fallimentare programmazione ospedaliera che se n’è infischiata di preventivi accertamenti sull’effettivo stato dell’ospedale di Corato perché fra i compiti dell’ARES (Agenzia Regionale Sanitaria della Puglia, artefice del piano di riordino ospedaliero) non rientrava quello di operare le dovute verifiche richieste.
Per farla breve tale agenzia non si è presa la briga di verificare l’agibilità dei reparti e i requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi minimi che l’ospedale di Corato doveva possedere.
E questo dichiarato anche dallo stesso presidente della Regione.
Per farla breve, le sale operatorie di Corato non sono agibili.
Vittima di tabelle falsate che gli stessi cittadini hanno la possibilità di analizzare, si è deliberato di chiudere le più qualificate strutture assistenziali che non solo possedeva l’Azienda Usl Ba/1 ma l’intera regione Puglia, in quanto la struttura terlizzese era al 2° posto per valore di produzione, e solo dopo l’ospedale di Andria.
Tra queste tabelle si annoveravano prime fra tutti quelle del conteggio posto letto, palesemente non rispondente a verità.
Sembrano cose già dette, sono ricordi che ritornano ogni qual volta si parla di questa faccenda.
Purtroppo sì, sembrano solo ricordi.
Terlizzi ha perso, ma sembra aver perso anche nello spirito. Forse col tempo è venuta a mancare la voglia di lottare, vittima delle beghe burocratiche che con il loro gioco dell’attesa hanno fatto in modo che il lento smantellamento dell’intero ospedale avvenisse nel tempo e, cosa più triste, in silenzio.
Questo articolo non è scritto per rivangare vecchie storie o per attirare l’attenzione di un pugno di visitatori in più, questo articolo è un invito ai cittadini a partecipare nuovamente alla vita pubblica, a non farsi continuamente disingannare dalla politica delle alte sfere, perché la politica è un crescere insieme, è un creare insieme.
Non è un articolo strumentale, è un appello che fiducioso sa di poter arrivare ad un’amministrazione finalmente attenta ai veri bisogni della cittadinanza, che soffre con lei e opera per lei.
Sono convinto che in merito alla faccenda dell’ospedale Sarcone si sia persa un’altra battaglia, ma non ancora la guerra.
Perché la guerra in questo caso tratta il lento e continuo indebolimento del sistema assistenziale sanitario pubblico ad esclusivo vantaggio delle strutture private, che non investe solo la Puglia ma tutta una nazione che va sempre più americanizzandosi.
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!








Usura ed estorsioni, tre persone in carcere e una ai domiciliari. Sequestrati beni per oltre 700mila euro