Sulla laicità dello Stato
Pubblichiamo di seguito una riflessione di Ezio Falco che scaturisce dalle problematiche che sono sorte dall’ultimo referendum e dalla necessità di sviluppare uno Stato laico.
RAFFORZIAMO LA LAICITA’ DELLO STATO
Vorrei riprendere il ragionamento sulla campagna referendaria appena conclusa, e sul suo epilogo poco incoraggiante per le coscienze laiche e democratiche in generale.
Verrebbe da dire tutto come previsto, esito scontato: forse non con queste dimensioni, ma tutto deponeva per il fallimento di un referendum obiettivamente complesso, poco dibattuto e poco spiegato (e su questo bisognerebbe aprire il capitolo delle responsabilità individuali, politiche…) e senz’altro molto delicato.
Tuttavia io penso che si rischierebbe grosso ad archiviarlo rapidamente come vittoria dell’opposizione al quesito referendario. Così del resto faceva l’Avvenire che il 14 pubblicava un “74,1%” che campeggiava enorme sulla sua prima pagina, a dimostrazione dell’arruolamento dell’elevatissimo numero di disinteressati e astenuti da parte dei sostenitori della L.40. È evidente a tutti però che, come ha detto bene Sartori, non si può interpretare l’orientamento di chi non si è espresso.
La frettolosa derubricazione dell’esperienza referendaria rischia, soprattutto, di far by-passare la riflessione sul voto meridionale in generale (e coratino in particolare), sulle implicazioni di una percentuale così bassa di votanti, sul futuro dello strumento referendario e sulla sua necessaria riforma, sulle conseguenze della resistenza della L.40 e sulla dubbia costituzionalità di molte sue disposizioni (già sollevata in diversi procedimenti giudiziari). Questi e altri temi sollevati nel corso delle scorse settimane non possono essere così agevolmente superati dal dibattito politico e civile: troppo rischioso sarebbe tacere (magari per pura convenienza politica o per non affrontarne fino in fondo l’evidenza e la lacerante gravità) tutte le questioni che sono state poste a tema dal referendum.
Su tutte penso che alle coscienze laiche si ponga la necessità e l’urgenza di riflettere sul comportamento di tanta parte del mondo cattolico, di tante organizzazioni, di tanta gerarchia, di tanti preti e parrocchie. Forse, anzi sicuramente, sono troppo ingenuamente legato alla figura del parroco che si occupa di curare le anime, di guidare e animare la spiritualità. Essere credenti non obbliga ad astenersi dalla partecipazione alla vita civile e politica del Paese, non implica la rinuncia a scelte coraggiose e tante volte controcorrente che, invece, praticano alcune figure cattoliche, spesso avversate dalle gerarchie più in vista. A tal proposito valgono come monito per le coscienze democratiche le figure e, soprattutto l’operato, di don Tonino Bello, don Angelo Cassano, don Michele Stragapede e poi delle tante organizzazioni cattoliche da Pax Christi alla Caritas, solo per limitarci alle esperienze a noi più vicine. Mai, forse neanche in occasione delle guerre più atroci s’era vista una partecipazione così attiva e determinante della chiesa. In una competizione elettorale, poi, quest’ultima mai aveva agito in maniera così sicura e univoca, dalla CEI e dal Papa fino ai parroci di periferia. Questo impegno ha fatto parlare molti di una rivalsa cattolica sulle questioni cruciali del divorzio e dell’aborto, due istituti che mai la chiesa ha digerito, tanto più che furono avallati da referendum.
Non credo si stia scivolando verso una “repubblica cristiana”, sebbene i politici, persino di centro-sinistra, credano ancora di dover ricevere un’investitura dal Vaticano per poter ricoprire determinati uffici. Tuttavia, ritengo allarmante per tutti i laici ciò che si è verificato nelle funzioni religiose del 12 giugno scorso, con i preti che invitavano apertamente dal pulpito i fedeli a non andare a votare. Ciò vale anche per i sacerdoti coratini alcuni dei quali conosco e stimo e che hanno profondamente colpito per un atto tutt’altro che dovuto. Ancor più grave è il fatto che il cardinal Ruini detti addirittura l’agenda politica dei prossimi mesi al Parlamento della Repubblica, concedendo generosamente che qualche ritocco alla 40 si faccia pure e che, però, la legge 194 sull’aborto vada rivista in diversi punti. Se poi guardiamo questi avvenimenti con un occhio alla manifestazione di Madrid di sabato scorso (finanziata, quasi interamente, dalla chiesa spagnola), in cui venti vescovi sono addirittura scesi in piazza per chiedere di abrogare le leggi contrarie alla “famiglia normale”, è chiaro che sorga qualche inquietudine rispetto alla regressione delle gerarchie cattoliche e al loro tentativo di condizionare la vita politica degli stati.
Non vale produrre “crociate”, tanto meno se laiche: non credo sia utile, nè che ne sia veramente il caso. Voglio convincermi che troppo solidi e troppo radicati sono gli anticorpi laici delle nostre istituzioni e della nostra società; questo per salvaguardare il rapporto dialogico tra le autorità civili e la chiesa che, di per sè, è benefico e vitale, come ha sostenuto Zagrebelsky prima del referendum.
E, tuttavia, la dualità tra la chiesa e lo stato va ribadita con forza. E va fatto lanciando segnali concreti. A partire da una riconsiderazione dell’otto per mille dato che del miliardo di euro e passa all’anno che finisce nelle casse della CEI solo il 20% va in opere caritatevoli e assistenziali mentre il restante 80% se ne va nelle esigenze di culto della popolazione (costruzione di nuove chiese) e nel sostentamento del clero e di istituti come la Sacra Rota. Ciò senza menzionare i favori di cui gode in generale la chiesa cattolica nei rapporti con lo Stato soprattutto nel settore scolastico.
L’altro strumento necessario è il dibattito, come antidoto all’oblio su questi temi (che forse a troppi politici conviene). Il dibattito, ad esempio, su quale grado di immoralità politica si sia toccato se altissime cariche dello Stato (i Presidenti di Camera e Senato) hanno fatto campagna per l’astensione. Il dibattito sulla possibilità di articolare una stagione nuova per i diritti civili simile a quella spagnola. Infine bisognerebbe aprire il dibattito sulla ratio delle norme che prevedono la punizione dei ministri di culto che inducono all’astensione con pene dai 6 mesi ai 3 anni di reclusione e sul perchè in Italia non si possa eseguire interamente una legge dello Stato. O almeno dimezzando la pena, come ha detto Beppe Grillo: un anno e mezzo, due Pater Noster e un’Ave Maria per tutti.
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