Vietato abortire al San Paolo. La conversione dei 90 posti Covid blocca le Ivg

Mariella Vitucci
Consultorio ginecologico

Nelle more dell’adeguamento in corso, sospesi molti interventi programmati

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Vietato abortire. A seguito della conversione in atto di 90 posti letto alla cura del Covid-19, all’ospedale San Paolo di Bari chiude anche l’Unità operativa semplice di Pianificazione familiare al settimo piano, dove si eseguono le IVG (Interruzioni Volontarie di Gravidanza) sia chirurgiche che farmacologiche, oltre a consulenze per gestazione e contraccezione.

L’anno scorso in questa unità sono state eseguite 700 IVG, di cui 60 farmacologiche; quest’anno ne sono già state praticate 530, 50 delle quali terapeutiche, su donne provenienti finanche dalle province di Brindisi e Taranto, orfane di medici non obiettori.

Quello d’interrompere la gravidanza è un diritto ormai negato alle donne che afferiscono al San Paolo, dirottate al Fallacara di Triggiano già oberato. Questa settimana c’erano 18 interventi di IVG prenotati, saltati per via dei lavori di adeguamento strutturale in corso al presidio di Bari. A Triggiano, peraltro, le interruzioni di gravidanza possono essere eseguite solo in day service. In caso di rischio anestesiologico, le pazienti vengono di solito trasferite proprio al San Paolo che è dotato di rianimazione. Ora, in caso di complicanze e necessità di ricovero, i soli ospedali attrezzati in zona sono il Policlinico e il Di Venere di Bari, anch’essi stracolmi.

Al Policlinico, peraltro, c’è un solo medico non obiettore operativo e manca un servizio di Pianificazione familiare strutturato come al San Paolo, con ostetriche, infermieri e medici dedicati.

Al Di Venere la situazione è analoga, con un’unica ginecologa non obiettrice.

Dunque, dove andranno le diciotto donne che hanno programmato le IVG al San Paolo, visto il blocco dell’unità operativa? Questi interventi sono praticati anche su molte minori che incorrono in gravidanze indesiderate. Un problema sommerso ma assai diffuso: ci sono ragazzine anche 13enni che si sottopongono ad IVG.

L’aborto in Italia

Secondo la legge 194 del 1978, l’interruzione di gravidanza può essere richiesta entro il 180esimo giorno (sesto mese) di gestazione, dopo l’accertamento di malformazioni fetali o per danni fisici o psicologici derivanti alla donna dal proseguimento della gravidanza.

La legge 194/78 pone come spartiacque il 90esimo giorno di gestazione. Entro il terzo mese le motivazioni per interrompere la gravidanza possono essere non solo mediche ma anche economiche, sociali, familiari, o per previste malformazioni del concepito che potrebbero comportare un pericolo per la salute psicofisica della donna.

Dopo il primo trimestre, invece, le motivazioni per interrompere la gravidanza sono esclusivamente due: quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; quando siano accertati processi patologici, come rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute psicofisica della donna.

L’aborto può essere praticato in qualsiasi struttura pubblica o convenzionata, mediante intervento chirurgico o (a partire dal 2009) mediante la pillola abortiva RU486. Ad agosto scorso il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha aggiornato dopo dieci anni le linee guida sulla pillola abortiva, prorogando il termine per l’assunzione da 7 a 9 settimane di gravidanza, in day hospital e dunque senza ricovero.

Il personale medico e paramedico (inclusi anestesisti, infermieri e ostetrici) ha diritto all’obiezione di coscienza: per convinzioni personali, etiche o religiose, può rifiutarsi di praticare aborti. Questo diritto viene a cadere soltanto in situazioni di grave emergenza in cui l’aborto risulta indispensabile per salvare la vita della paziente.

L’obiezione di coscienza non è un’esclusiva italiana ma nel nostro Paese, secondo la relazione del Ministero della Salute pubblicata a gennaio 2019, pratica l’obiezione di coscienza il 68,4 per cento dei ginecologi, il 45,6% degli anestesisti e il 38,9% del personale non medico . In Puglia l’81% dei medici è obiettore.


Il punto sulla conversione dei 90 posti Covid al San Paolo

Al momento restano operativi, come no Covid, i reparti di Cardiologia, Chirurgia senologica e Oncologia, con una sala operatoria “pulita” riservata.

Al settimo piano si sta allestendo la zona filtro dell’intero presidio, dove tutto il personale sanitario in servizio per la gestione dei pazienti positivi al virus dovrà spogliarsi e rivestirsi dopo il turno.

Per quanto riguarda Ostetricia e Ginecologia, parti cesarei e raschiamenti verranno praticati nella sala operatoria che sarà in funzione dalla prossima settimana, annessa alla sala parto che invece diventa Covid.

Gli ambulatori di Ostetricia al settimo piano, a partire da domani dovranno essere trasferiti al terzo piano annesso al reparto di Ostetricia. Ma il “trasloco” richiederà due settimane. Dunque, nel frattempo, attività ambulatoriale bloccata. E come si fa per esami già fissati, che prevedono tempi ben determinati come gli ultra screen ecografici, da eseguire tassativamente fra l’11esima e la 13esima settimana? Non essendoci strutture pubbliche disponibili, le pazienti saranno costrette a rivolgersi a quelle private?

Sacrosanto dare priorità alla gestione dell’emergenza Covid, ma non si possono lasciare i cittadini in mezzo alla strada. La conversione dei 90 posti letto del San Paolo rischia di privare del diritto alla salute gli utenti dell’hinterland barese e quelli bitontini in particolare, già penalizzati da servizi territoriali carenti. Stanno saltando interventi programmati anche da mesi, e viene meno il presidio ospedaliero di riferimento.

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