Breve storia del menhir parcheggiato da anni nel Mercato dei Fiori

© aldo tavolaro
Il grande monolite che si trova nella struttura di Via Balbo sarebbe niente di meno che il cosiddetto “terzo menhir di Sovereto”, altrimenti chiamato “il guerriero”
Il grande monolite che si trova nel parcheggio del nuovo mercato dei fiori di Terlizzi sarebbe lì da 13 anni: si tratterebbe niente di meno che del cosiddetto “terzo menhir di Sovereto”, altrimenti chiamato “il guerriero”. Lo sostiene la testata giornalistica on line “Barinedita”, che ha compiuto una interessante indagine storico-documentale sull’imponente megalite, il quale sarebbe relegato su un marciapiede della struttura di Via Balbo ormai dal 2007.
È noto che tutta la Puglia – in particolare il Salento e la Terra di Bari – sia costellata di menhir: il nostro territorio ne conta ben 79. A differenza dei dolmen e delle specchie – le altre tipologie costruttive preistoriche ricorrenti in una regione letteralmente scolpita nella pietra – la loro funzione non è mai stata però mai chiarita fino in fondo: si ipotizza variamente che i menhir – “pietre lunghe”, dal bretone men e hir – fossero ancestrali meridiane oppure una specie di osservatori astronomici o, chissà, giganteschi marcatori di confini territoriali.
Non così controversa, ma altrettanto affascinante è la vicenda del “terzo menhir di Sovereto”. Non si tratta certo del terzo segreto di Fatima, ma è una faccenda comunque molto complicata e nel suo genere persino istruttiva, che, prendendo le mosse dalla ricostruzione di “Barinedita”, abbiamo provato a dipanare, ricorrendo a fonti documentali e risorse on line, tra cui l’archivio storico di TerlizziLive. Ribattezzato “il guerriero” per la sua forma mastodontica, un tempo il nostro megalite era collocato in strada vicinale Cappella del Vico, lungo l’antica Appia Traiana verso Mariotto. In effetti, leggiamo in un pezzo non firmato del 2006 della nostra testata, “nel territorio di Terlizzi è possibile ammirarne quattro di pregevole fattura, alte oltre 2 metri”. I menhir – precisa l’estensore dell’articolo – sono “in successione e quasi allineati, nel giro di un paio di chilometri“. Così il nostro giornale ne censisce le caratteristiche:
CAPPELLA DEL VICO. Si trova sul lato sinistro, al bivio tra la Via Appia Traiana e la strada che si traccia da essa per andare a “Boscariello”. Alto 2,48 m, lati 0,80 x 0,41. E’ il maggiore della serie.
BOSCO SAN NICOLA. Distante dal precedente un chilometro, posto a destra, si presenta grande e massiccio. Alto 2,40 m , lati o,55 x 0,31 La sua forma da l’impressione di un volto.
BOSCO GINESTRA O FONTANA DEL CAVALLO. A 500 metri dal precedente sulla sinistra. Alto 2,18 m, lati 0,60 x 0,36. La sua forma è singolare e strana. Questo monolite si trova impiantato sul margine di un terreno, ai piedi di un lieve dosso. In codesto terreno dovette esistere una stazione neolitica dai relitti, specie ceramici, trovati e raccolti da Michelangelo Quercia.
BOSCARIELLO. Dopo altri 700 metri a destra, al bivio con la strada che va alla riserva Marinelli, chiude la serie dello pseudo-allineamento. Alto 2,20 m, base 0,70 x 0,40. Presenta una forma ben compatta e regolare. Prossimo sta il terreno de Napoli-De Crescenzo, con la magnifica villa ottocentesca ora in stato di abbandono. anche qui dovette esistere un abitato neolitico.
Stando a questo dettagliato rapporto, il menhir situato nel mercato dei fiori potrebbe essere il terzo menzionato, a cui corrisponde per dimensioni e caratteristiche. Le proporzioni della base del “guerriero”, lunga 68 centrimetri e spessa 35, sono del resto praticamente congruenti con queste misure, indicate peraltro anche nel volume “Puglia piana… grande capitana”, pubblicato dall’astronomo barese Aldo Tavolaro nel 1989 (sull’argomento esiste anche una plaquette di Vito Bernardi, “I menhir del territorio di Terlizzi”, del 1981, che non è stato tuttavia possibile consultare a causa della prolungata chiusura della biblioteca comunale per l’emergenza coronavirus). Anche l’altezza della grande pietra è compatibile: i suoi 2 metri e 10 sono paragonabili ai 2 metri e 18 stimati dallo studioso, se si considera qualche centimetro di roccia che potrebbe essere rimasto confitto nel terreno dove un tempo era collocato il menhir. Il colore grigio livido della pietra, pure, sarebbe simile a quello descritto nel saggio, “con una sommità sagomata quasi fosse una ‘s’ e un profilo che presenta un taglio all’altezza dei 30 centimetri”, aggiunge “Barinedita”. Particolare notevole, annotato dal Tavolaro: l’azimut di questo menhir – e dei suoi “fratelli” terlizzesi – è pari a 0 gradi. Ciò significa che “a mezzogiorno di ogni giorno dell’anno – che non sia nuvolo – il menhir proietta sul terreno la sua ombra più stretta corrispondente allo spessore della pietra. Questa posizionatura tanto esatta” consente “di rilevare quasi esattamente […] la metà della giornata”.
Malgrado la sua assoluta nobiltà, tuttavia, il cosiddetto “terzo menhir di Sovereto” ha avuto, come detto, una storia recente a dir poco travagliata, a testimonianza delle difficoltà a cui spesso vanno incontro le espressioni più pregevoli della nostra cultura. È risaputo, del resto, come i menhir terlizzesi soffrano di una desolante solitudine, ignorati dai più ed esposti per giunta alla cupidigia dei voraci archeo-predatori: alcuni di essi sono stati persino adibiti alla frustrante funzione di spartitraffico o di reggi-segnale stradale. (Un paragone a contrasto: nelle colline attorno a Stonehenge, in località Amesbury, spacciano per imperdibili resti runici tre-dico-tre pietre messe in piedi. I turisti, ovviamente, accorrono come se non ci fosse un domani. Magari dopo restano perplessi, ma intanto accorrono a frotte. Da noi, per dire, avrebbero a disposizione un territorio ben più ricco e organico dal punto di vista dell’offerta culturale e paesaggistica: la nostra Stonehenge, il nostro polo attrattivo, potrebbe essere il Castel del Monte). Tornando al “guerriero”, nel giugno 2006 esso fu bellamente sfregiato e rovesciato per terra, come denunciò il Gruppo Archeologico “Archaia” di Terlizzi, che già nel gennaio dello stesso anno aveva inviato una segnalazione alla soprintendenza barese. “Il menhir sito in località Cappella del Vico è stato distrutto da ignoti – osservava il blog specialistico “Archeomedia”, che aggiungeva laconicamente: “poi qualcuno tentò di portarlo via, fermato in extremis dai carabinieri”.
Nel 2007 il menhir infine sparì d’emblée dalla sua posizione originale, fin quando – riporta “Barinedita” – un utente di un gruppo social bitontino non lo segnalò nel mercato dei fiori di Terlizzi, non molto tempo dopo. L’amministratore del gruppo – precisa la testata – informò prontamente la Soprintendenza ai Beni Archeologici di Bari, che riconobbe nell’esemplare il “terzo menhir di Sovereto”, promettendo di interessarsene. Da quel giorno, però, nulla è accaduto. “Nihil novi sub sole”, erano soliti dire i romani, uno dei tanti popoli che queste gloriose pietre risalenti al Neolitico hanno visto passare e dissolversi nel grande gorgo della storia.
Senza necessariamente scomodare i millenni, a proposito del tempo che scorre inesorabile, il “terzo menhir di Sovereto” sarebbe perciò arenato nel parcheggio del mercato dei fiori da ben 13 anni, come una megattera di pietra. Forse è tempo di rimetterlo in piedi e provare a restituirlo alla sua funzione ancestrale, qualunque essa sia. Molte volte, paradossalmente, tornare indietro è il miglior modo di progredire.
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